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Mimmo Calopresti

E' “La fabbrica dei tedeschi” il film-di Mimmo Calopresti che affronta il dramma dell'incendio della Thyssenkrupp che la notte del 6 dicembre del 2007 costò la vita a sette  operai. Il regista, non nuovo ad impegni a difesa della condizione di vita delle fabbriche, visti gli esordi con i documentari sulla Fiat, porta nuovamente all'attenzione del pubblico la condizione del lavoro. Le vite fragili che rischiano sulla propria salute in condizioni non idonee o pericolose. La Thyssen è l'emblema dell'Italia degli ultimi anni, dove si muore in fabbrica, come in cantiere tutti i giorni. Giovani e giovani famiglie soprattutto e molti extracomunitari. Mimmo Calopresti riparte da qui, da quelle vite spezzate e portate via, dalle grandi multinazionali e dai sistemi non a norma. Dalle dodici ore di lavoro quotidiane e dagli stipendi insufficienti ad andare avanti.
Ma la fabbrica dei tedeschi sarà più un film o più un documentario?
“Sarà un film documentario. C'è un prologo molto più recitato, con tra l'altro Valeria Golino, in cui ho voluto evocare l'ultimo saluto. Quelle mattine all'alba dove ci si sveglia per poi riaspettarsi a sera. Ho voluto anticipare questa situazione prima di iniziare a raccontare la vicenda perché è proprio questo l'inizio e la fine di questa tragedia: il dolore immenso e incolmabile che rimane negli amici, nei colleghi e soprattutto nei familiari”.
Si dice che sia un film scomodo, sarà così?
“Ma scomodo, fa un po' sorridere, perché di più concreto e più scomodo del mio film, ci sono sicuramente le richieste pesanti presentate dal pubblico ministero Guariniello nei confronti dei responsabili. Certo che il film tocca delle responsabilità, perché non si muore per caso in quelle condizioni. Se tutti avessero fatto il proprio dovere certe tragedie non sarebbero accadute. E' un film che serve per indicare come non si deve ridurre il lavoro e anzi come bisogna agire e forse cosa sarebbe servito fare per prevenire la tragedia”.
E' stata sua l'idea o le è stato proposto, visti i suoi tascrosi?
“E' stata mia, e non solo i lavori che ho svolto ma anche la mia vita mi ha spinto a questa scelta. Sono arrivato da bambino a Torino, al seguito di mio padre operaio alla Fiat. Di quei momenti ne ho già vissuti fin da piccolo e ancora oggi mi fanno accendere qualcosa. Mi fanno venire voglia di essere lì e di essere con loro, cercando con un documentario di colmare l'icolmabile. Ed è per questo che ho voluto dare importanza alle storie di tutti e in quelle storie ho trovato passioni, sogni, progetti, anche discussioni... e chiaramente l'amore”.
Ha provato a raccogliere testimonianze da parte della proprietà tedesca?
“Ho fatto un tentativo, proprio all'inizio, ma ho capito subito che sarebbe stato tutto complicato. Ma il film avrebbe comunque avuto più bisogno di chi ha visto e di chi vuole vedere ancora oggi, fino in fondo a quella faccenda: per questo è costituito dalle testimonianze degli operai, dei vigili del fuoco e del procuratore”.
La sofferenza delle vittime appunto. Il fatto che il dramma non è così lontano nel passato, ha condizionato il suo modo di fare il film?
“Sì, sinceramente mi sono sentito ancora più in dovere di essere molto delicato nei confronti delle famiglie. Loro hanno sicuramente apprezzato questo e mi hanno contraccambiato facendomi sentire come uno di loro. O almeno come uno dalla loro parte”.
Torino negli utlimi dieci anni ha mostrato e comunicato il proprio cambiamento, raccogliendo grandi elogi. Ma la nuova città del sapere, della cultura e dei grandi eventi ha secondo lei, messo in un cono d'ombra la condizione attuale degli operai?
“Forse tutti ci eravamo dimenticati e forse gli operai oggi non si riconoscono neanche più e non si fanno sentire più come una volta. Sicuramente l'attenzione si è dissolta. Questo è ancora più un peccato in una città moderna e viva com'è Torino oggi: una nuova metropoli europea con la voglia di crescere verso condizioni più vivibili. Io non nego che sia giusto ospitare aziende straniere perché è un bene che operino e producano nel nostro territorio. Questo però devono saperlo fare nel rispetto delle vite e non richiedendo agevolazioni o che si chiuda un occhio verso alcune negligenze, purché vengano a portare la loro attività nella nostra città. Questo non deve più accadere”
Le piacerebbe portare il film all'estero, magari in Germania?
“Sì per ora vedremo a Venezia cosa ne penserà il pubblico, poi spero di poterlo portare anche in Germania, anche perché là, la stessa società ha già avuto un esperienza simile, ma invece di chiudere tutto, ha subito messo a norma tutti i sistemi di sicurezza”.
Ho letto che durante l'ultimo giorno di riprese ha voluto chiamare tutti i familiari e i testimoni e ha voluto rendere un ultimo omaggio ai cari scomparsi. Qualcuno dice che ricorda la scena finale di Schindler's list?
“Sì a volte vedi film e pensi che certe scelte lascino dei forti messaggi nel pubblico. Ugualmente penso che un attimo di raccoglimento finale, serva ancora di più per non dimenticare e per non sentirsi soli”.
Torino dimenticherà mai l'incendio della Thyssenkrupp?
“Spero che torni, come già fa, a guardare avanti. Penso però, conoscendo i torinesi, che ogni volta che passeranno di lì, ancora per generazioni, manderanno un pensiero o racconteranno ai nipoti, la storia degli operai morti sul lavoro per la fabbrica tedesca”.

 
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