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Intervista con...

Da quando a trent’anni ha deciso di fare l’attrice, ha regalato tanto al cinema italiano. «E’ stata la vita a scegliere per me – dice –, i miei genitori artisti, la mia infanzia. Fin da piccola ho assistito ad un modo di vivere “artistico” e anche molto divertente: è da questo modo che penso di aver tratto la voglia di giocare. Di giocare a fare l’attrice». Che è un’esperienza fisica e di pensiero, ogni volta che si veste di donne bellissime e sempre diverse.

“Il resto della notte” è un film sulla paura irrazionale - come lo descrive il regista Francesco Munzi -, che nasce dall’interno quando non si è in pace con se stessi, quando si sta sbagliando tutto. Ma anche sulla paura reale dell’altro, che nasce dalle troppe differenze e quando non c’è giustizia e si è in pericolo. Sensazioni e presenze che oggi sono più che mai sentite in maniera “esasperata” dagli italiani e che fa parlare le colonne dei giornali e la tv. Signora Ceccarelli, che sensazione ha di fronte a questo scenario italiano? Cosa sta cambiando? E dove, secondo lei, si arriverà?
«Non ho da dire di più di quello che vedo per le strade, leggo e ascolto in questo periodo sui giornali e alla televisione. Tuttavia ho grande difficoltà nel capire come risolvere il problema dell’immigrazione e della sicurezza. Provo grande sgomento e una sorta di senso di colpa dell’Occidente e del nostro benessere. Penso a come potrà essere la vita nel nostro paese e ci vedo questo: chilometri di baraccopoli, un affollamento sempre più grande di povertà ai margini della ricchezza. Che potrà succedere anche a Roma, che oggi è già una città multietnica. Ma in certi luoghi del mondo è così da molto tempo».  
Quanto sono distanti e vicine Silvana Boarin e Sandra Ceccarelli?
«Sono entrambe due donne italiane privilegiate. Silvana Boarin vive in una sorta di “carcere d’oro” in cui nonostante i tanti privilegi legati al suo benessere, non riesce a goderne per i problemi che incontra per via di queste nuove persone che stanno cambiando la sua vita. Io, invece, mi sento fortunata: ci sono i momenti neri, critici, ma godo, ogni giorno, di quello che la vita è in grado di regalarmi».
Cosa le ha lasciato nel cuore questo film? E cosa le ha insegnato Francesco Munzi?
«Sul piano più umano, il film mi ha lasciato la possibilità di riflettere di più rispetto ai problemi trattati, di constatare che i più ricchi, a volte, proprio per eccesso di ricchezza diventano il bersaglio privilegiato dei più sfortunati. Sul piano, invece, lavorativo mi ha stupito positivamente il modo di lavorare di Francesco, forse meno rigido rispetto agli altri registi con cui ho lavorato. Mi spiego: lui ha una grande elasticità nel realizzare le scene, se ha dei dubbi le sperimenta nel tentativo di trovare la migliore delle chiavi. Lo fa per regalare alle scene sfumature diverse oppure per modificare un’atmosfera. Non avevo mai provato tutto questo. All’inizio mi irrigidivo, ma poi ho capito che non era poi tutto quel problema. Francesco mi ha dato una grande fiducia». 
“Il resto della notte” è stato interamente girato tra Torino (residenze private, locali pubblici, hotel, sedi di istituti bancari, il quartiere Falchera, l’ex teatro Juvarra), Chieri, Alba,
Chivasso, Pino Torinese e Moncalieri. Come le è sembrata Torino? E cosa ha apprezzato di più di questa “innovativa” città piemontese?

«Torino la conoscevo già per altre esperienze lavorative che mi hanno portato sin qui. Apprezzo molto il fatto che negli ultimi anni abbia favorito lo sviluppo del cinema, e questo è bellissimo, magari lo facessero tutte le città! E poi Torino mi ha sempre affascinato: ho sempre avuto un debole per le città del Nord, come Milano, ad esempio, dove sono nata: sono città grigie, squallide in certe situazioni e cupe, ma poi improvvisamente ecco che spuntano piccoli frammenti di bellezza poetica. Torino è così. C’è il centro, ci sono i salotti e le architetture perfette: mi piacce tutto questo ma dopo un po’ mi stancano, così apprezzo altri scenari di poesia: Torino è bella per questo forte contrasto».
Qual è il suo stato d’animo attuale?
«Oggi (3 luglio, ndr) compio 41 anni: da una parte mi sento grande, libera da tanti problemi inutili e mentali e dalle angosce del passato; dall’altra temo il futuro, non avendo una situazione sentimentale stabile e vivendo nel dubbio di avere un figlio. Dal punto di vista lavorativo è un buon periodo».
Se non avesse fatto l’attrice, che cosa avrebbe fatto “da grande”?
«Avrei lavorato come illustratrice - un mestiere che ancora potrei fare per me stessa -, visto che ho studiato all’Accademia di Belle Arti e sono brava a disegnare».
Chi è stato il suo “maestro” per essere l’attrice che è oggi? E a chi (o che cosa) si ispira per fare bene ogni giorno?
«Non ho alle spalle una vera e propria scuola e nemmeno un grande modello a cui mi ispiro per fare il mio lavoro. C’è, invece, lo spirito di sopravvivenza che mi porta a vivere alla giornata e a non sprecare il mio tempo».
Ha già interpretato il ruolo che ha sempre sognato di interpretare, in un film o a teatro?
«Non è ancora successo e spero non succederà mai: del resto non ho mai sognato un ruolo preciso. Però se penso ad alcuni personaggi, mi viene in mente l’ultimo che ho interpretato, quello dell’assassina per del film di Infascielli per Ski: mi sono divertita e incuriosita, è stato un esperimento per la tv che non ho mai fatto prima».
Tra i film della sua carriera di attrice, qual è quello che ama di più?
«In verità ce ne sono due. Il primo è “Tre storie” (del 1998, per la regia di Piergiorgio Gay e Roberto San Pietro, ndr) che è stato il mio primo film e per il quale ho ricevuto anche un premio. Senza questo film non avrei continuato a fare l’attrice, perché proprio grazie a questa pellicola mi notò il regista Giuseppe Piccioni. All’epoca di questo film ricordo che non era nei miei desideri fare l’attrice. L’ho girato in una comunità di ex tossicodipendenti in cui non c’erano degli attori veri, e ricordo che non avevo nemmeno paura di essere giudicata. E poi c’è “Luce dei miei occhi” (del 2001, ndr) di Giuseppe Piccioni: qui ho interpretato la madre più struggente, più sofferta e più ricca di sfumature mai interpretata: per questo amo questo film».
A cosa lavorerà dopo il film di Munzi?
«Con il regista Infascielli sto girando il film “Donne assassine” che vede tra le protagoniste anche Claudia Pandolfi. Si tratta di una serie di episodi che raccontano fatti di cronaca nera. Il film, con la regia anche di Patierno, sarà sugli schermi di Ski da ottobre. Dopo l’estate, infine, lavorerò anche ad un progetto con il regista Stefano Pasetto».
Passiamo alla sua quotidianità: qual è il suo piatto preferito?
«Spaghetti alla carbonara».
Che cosa preparerebbe al suo uomo per una serata a lume di candela?
«Pollo fritto: è il piatto che non sbaglio mai».
Qual è stata la sorpresa più bella che ha ricevuto in vita sua?
«Quando mi è arrivata la chiamata da Giuseppe Piccioni che mi chiedeva di girare come protagonista nel suo film “Luce dei miei occhi” insieme al bravissimo Luigi Lo Cascio (questo film le è valso la Coppa Volpi e il Premio Pasinetti come miglior attrice, ndr). Erano le due di notte. E’ stato un risveglio bellissimo». 
E il complimento più “elettrizzante” di un uomo?
«Se penso a tutti i momenti...» e sorride. «Ho provato belle emozioni tutte le volte che sono stata ricambiata, credo che valga la pena di amare anche se qualche volta è faticoso».
Ha già realizzato il suo grande sogno?
«Fare l’attrice non era il mio sogno, ma l’ho realizzato, è successo. Oggi vivo il dubbio di un figlio e quello che comporterà. Oggi penso a come sarà il mio futuro».
Quali sono le sue passioni, oltre al cinema?
«Sono sempre in cerca di passioni nuove».
Dove trascorrerà le sue vacanze?
«Le mie vacanze sono fatte di piccoli spostamenti qua e là».
Dove le piacerebbe invecchiare?
«Al mare, a Tellaro, un posto della Liguria che ho sempre amato e dove ho una casa con mia sorella. E’ lì che vorrei invecchiare. Ma sopra ogni luogo mi auguro di vivere una vecchiaia tranquilla, anche se un po’ la temo». 
Infine, come si definisce Sandra Ceccarelli?
«Magari riuscissi a definirmi! Un giorno glielo dirò».

LIFE STYLE DI SANDRA

In rosso o nero vestita?
«In nero, ma vorrei in rosso».
Gonna o pantalone?
«In pantalone, anche se vorrei in gonna».
Bikini o intero?
«Dipende dalle circostanze… quindi in bikini, topples o, soprattutto quando sono all’estero, nuda: qui non mi riconosce nessuno».
Accessorio a cui non rinuncia mai?
«In questo momento al cappello, visto che sono rapata a zero per girare il film “Donne assassine”. Ma anche ad una matita per fare sudoku».
Film cult?
«“La sera della prima” di John Cassavetes e “Frankenstein”».
Libro che sta leggendo?
«In questo momento nessuno, anche se con me ho portato libri di poesie di autori diversi e il romanzo “Donne per caso” di Jonathan Coe».
La vacanza indimenticabile?
«Sedici anni fa in India: tra gli altri posti che ho visto come l’Africa, gli Stati Uniti e l’Europa, questo è stato il più diverso soprattutto per come la gente laggiù affronta la vita».
Stilista preferito?
«Armani nelle occasioni importanti, altrimenti sono molto casual».
La follia più grande?
«Non si può raccontare…».
Porta sempre con sé…
«Fogli per scrivere quando sono in viaggio, anche se poi non li uso. Ma preferisco, ogni volta, portare me stessa».

 
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