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Pellielo...

143 punti piattelli colpiti, tre in meno del ceco David Kostelecky e quindi tre in meno dell'oro. Ti abbiamo visto gioire tantissimo, ma quanto rammarico c'è per quella medaglia d'oro volata via?
“Per me contava superare i due vincitori delle passati edizioni olimpiche, Kostelecky ha trovato la gara della vita realizzando un 25 su 25 in finale, anche per lui impensabile. Sono molto felice, ho lasciato dentro di me molto poco spazio al rimpianto, anche perché in questa forma non mi sentivo da tanto tempo e aver conquistato l'argento quando ad un certo punto non si riusciva a vedere nulla a causa della nebbia e della pioggia è stata una dimostrazione di forza”.
Gara contraddistinta dal brutto tempo appunto,  ma tu hai risposto con umorismo, che poteva assomigliare ad una giornata d'autunno qualsiasi della tua Vercelli...
“Sì potevo dire Vercelli, come Torino o Cuneo, comunque sembrava un inverno piemontese esportato nell'estate cinese, per non parlare dell'altissimo grado di umidità”.
Cosa hai visto della Cina e delle grandi contraddizioni che hanno riempito i dibattiti di questo mese? Sono state olimpiadi molto differenti dalle altre cinque che hai potuto vivere?
“Sì è tutto per quella pochissima libertà consentita alle persone. Si toccava con mano la finzione anche nell'inno “one world-one dream”, che per alcuni poteva significare l'unione di popoli diversi sotto un unico ideale e per altri significava un paese giganteggiato a mondo, la Cina, e il sogno di poterlo governare”
Tu è risaputo, sei un uomo di fede un cattolico impegnato. E' giunto anche un appello del Papa alla vigilia dei Giochi,  affinché la Repubblica Popolare Cinese apra al cattolicesimo. Come hai vissuto i tuoi momenti di preghiera durante l'Olimpiade?
“Come i cristiani nelle catacombe. Racconto un aneddoto: la prima messa celebrata dal cappellano della squadra italiana, Don Mario Lusek l'abbiamo potuta celebrare nelle stanze del palazzo a noi assegnato, assiepati, quasi di nascosto. Nelle passate edizioni si celebravano le messe, visto la grande presenza di persone di tanet nazioni diverse, nel prato e negli spazi aperti del villaggio olimpico. Anche Raffaele Pagnozzi, il capo delegazione, si è lamentato pubblicamente di questo. Rimane comunque l'esperienza di un momento di preghiera ancora più intenso e raccolto che ad Atene e Sidney e dedicato alla sofferenza di tante persone”.
Josefa Idem sostiene che le Olimpiadi sono come i figli: prima della gara come prima di entrare in sala parto, si soffre molto per la tensione crescente che porta all'evento e ci si promette di non farlo più, appena finito il travaglio si ha già voglia di un'altra gara e di un'altra avventura olimpica. Stai già pensando di programmare la partecipazione a Londra?
“La missione per Londra 2012 è cominciata pochi secondi dopo la fine della gara di Pechino. Il Presidente e l'allenatore mi sono volati al collo chiedendomi di non mollare. Nel nostro sport non conta l'età quanto la consapevolezza di essere competitivi, se uno non si sente più all'altezza lo sente. Per ora sono in gran forma e se qualcuno vuole il mio posto per Londra, dovrà passare su di me”.
E portare alle Olimpiadi qualche ragazzo cresciuto nel vivaio della tua società, è anche quello un sogno da realizzare ?
“La possibilità c'è, la crescita del vivaio è un fatto concreto, per esempio ho portato con me in coppa del Mondo un giovane Resca, che ha fatto 123 su 125 alla prima uscita intercontinentale e poi c'è Frasca che alla sua prima partecipazione a Pechino è arrivato sesto rimanendo fino alla finale in corsa per una medaglia. L'importante è che diventino forti, leali e consapevoli... e che non tolgano a me il sogno di partecipare ad un'altra olimpiade”


 
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