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di Attilio Celeghini Sono passati nove anni, ma il ricordo di quella notte è ancora indelebile nel cuore dei 70mila che da tutta Italia affollarono il Delle Alpi. 21 luglio 2001, l’Italia ancora sotto choc per la morte di Carlo Giuliani, Bono che dal palco cita Genova in “Where The Streets Have No Name”. Conclusione in trionfo, ovviamente. Un concerto degli U2 non è solo un evento: è qualcosa di infinitamente più profondo, un rito sacro, un’esperienza travolgente di emozioni e sensazioni. Di un possibile ritorno dei quattro di Dublino sulla scena torinese si è sempre parlato, ma sempre in forma di possibilità, ipotesi, promesse. Poi, finalmente, la notizia attesa da migliaia di fan: l’Olimpico avrebbe ospitato una tappa del “360° tour” ad agosto. Tutto finito? Macché: a complicare i piani della band si è messo di mezzo un infortunio di Bono, costretto a sottoporsi ad un intervento di urgenza alla schiena. L’operazione ha cancellato ben 15 date mondiali, facendo temere il peggio per il concerto torinese. E invece, non solo l’appuntamento del 6 agosto è stato confermato, ma coinciderà con l’avvio della seconda parte del tour dopo la pausa. Ergo, il soggiorno sotto la Mole di Bono & C. si prolungherà per ben due settimane, il tempo necessario per riorganizzare il rientro sulle scene. Considerando che in precedenza la band si concedeva appena una toccata e fuga (con arrivo da Nizza e ripartenza subito dopo il concerto), si capisce bene come questa sia un’occasione imperdibile per chiunque voglia provare ad incontrare i magnifici quattro. Anche se l’impresa si presenta ardua visto che gli spostamenti della band, compreso il nome dell’albergo che li ospiterà, saranno tenuti segreti fino all’ultimo, come conferma Jimi Muttoni di Set Up: “Proprio in questi giorni i manager stanno valutando tutte le possibilità. Sicuramente, sarà presa in particolare considerazione la distanza dallo stadio”. Lo staff comprende più di 350 persone, sembra che qualcuno di loro troverà alloggio nella cintura torinese. Incontri con autorità e visite saranno decisi sul momento, per ragioni di sicurezza: ma conoscendo l’impegno umanitario di Bono, sempre interessato a conferire con i rappresentanti delle istituzioni, non è detto che non lo si possa avvistare dalle parti di Palazzo Civico e Palazzo Lascaris, e del resto il sindaco Chiamparino fu avvistato tra il pubblico del concerto del 2001. Anche se di solito preferiscono starsene rintanati in albergo, chissà che i quattro di Dublino, complice il caldo e l’esodo estivo, non si concedano qualche passo in centro. E se così fosse, come comportarsi se la Dea bendata ce li facesse miracolosamente incocciare sul nostro cammino? Qualche valido suggerimento ci arriva da Rudy Urbinati, di U2.place.com, uno che il sogno di incontrare i suoi idoli l’ha avverato: “Ci vuole molta pazienza e soprattutto non bisogna essere invadenti”, avverte. “Bono e gli altri sono molto disponibili (Larry un po’ meno), ma bisogna cercare di contenersi e non lasciarsi andare a scene di “isteria” né soprattutto disturbarli se fanno chiaramente capire di non poter fermarsi. Perché in tutti gli altri casi non negano mai un sorriso, un autografo o una parola a nessuno”. E se dopo quindici giorni di minuziosi appostamenti di Bono e compagni nessuna traccia, ci si può accontentare di ascoltare le prove fuori dallo stadio, accovacciati in piazza d’Armi. Meglio che niente. Altrimenti si può sempre pensare ad organizzare le vacanze andando a caccia dei loro luoghi-simbolo in giro per l’Europa. “In Italia non hanno percorsi ben definiti”, dice ancora Rudy. “Una volta si trovavano spesso con Pavarotti a Modena. è più facile incontrarli in Irlanda a Dublino o in Francia, nel periodo estivo, ad Eze sur Mer, dove trascorrono le vacanze”. Altra tappa obbligatoria, “il numero 10 di Cedarwood Road a Dublino, indirizzo della casa natale di Bono”, suggerisce il critico Andrea Morandi. “Ma poi si deve guardare al mondo intero: difficile capire un disco come “Achtung Baby” senza essere stati a Berlino, il luogo dov’è stato scritto e registrato, così come l’intensità di pezzi come “Sunday bloody sunday” o “Love is blindness” si comprende solo passeggiando per Falls Road, a Belfast. Ma ancora, se si vuole capire un disco come “Rattle and Hum” il viaggio da fare è Memphis, tra Graceland, Elvis e il Mississippi”. Ma la lista in verità sarebbe lunghissima, avverte, “perché ben pochi come gli U2 hanno la capacità di far sentire i luoghi nelle loro canzoni”.
“LE LORO CANZONI? SONO POESIA” “Quando Bono canta sembra sussurrare al mio orecchio, come se cantasse solo per me; e dice le stesse cose che penso io, come se mi conoscesse da sempre”. Parole ed emozioni di Rudy Urbinati, fondatore e amministratore di U2.place.com, la community online più importante in Italia sulla band dublinese. Il biglietto per la data torinese è già in tasca e del resto non poteva essere altrimenti per uno che vive la passione per Bono e company come una fede. “Il mio incontro con la band irlandese fu casuale, o quasi”, racconta. “A 17 anni ebbi l’opportunità di far parte dei ragazzi che davano una mano a realizzare il palco per il grande concerto che gli U2 tennero nel 1997 a Reggio Emilia. Certo, conoscevo gli U2 per alcune delle loro canzoni più famose, ma non in maniera approfondita. Durante il concerto, fui colpito e affascinato dal magnetismo di Bono”. Qual è la forza della musica degli U2? “Le loro canzoni parlano direttamente all’anima, sono capaci con pochi accordi di generare sensazioni e scatenare emozioni come nessun altro”. Hai mai incontrato Bono & C. di persona? “Ho avuto modo di scambiare un paio di chiacchiere a Dublino con Bono e in un paio di occasioni ho incontrato anche The Edge e Adam Clayton”. Facci un ritratto dei magnifici quattro. Iniziamo da Bono, il cantante. “E’ un’ottima forchetta e non disdegna il whisky. Ha il vezzo di portare scarpe con le zeppe e porta sempre gli occhiali da sole poichè soffre la luce di flash, luci da stadio etc. Come tutti sanno, è impegnato da anni nella lotta per l’abolizione del debito dei paesi del Terzo Mondo e nella lotta contro la povertà e l’Aids in Africa”. The Edge, il chitarrista? “La “mente musicale” del gruppo. Dal 2000 porta sempre un berretto poichè ormai è calvo. Il suo soprannome (che vuol dire “la punta” o “la cima”) deriva dal fatto che gli piaceva camminare sull’orlo dei marciapiedi da giovane o, probabilmente, come dice Bono, per via della testa appuntita”. Adam Clayton, il bassista? “Un tipo eccentrico. Da ragazzo scandalizzava per le sue uscite, si è circondato di belle donne (è stato con Naomi Campbell) ed è quello che si è probabilmente comportato più da “rockstar” in un gruppo sostanzialmente “tranquillo”. Larry Mullem, il batterista? “Grazie al suo annuncio, più di 30 anni fa la band si formò alla Mount Temple School. E’ estremamente preciso, l’anima critica della band, colui che riporta tutti con i piedi per terra quando Bono parte per la tangente. E’ appassionato di motociclette e più precisamente di Harley Davidson”. Quale album degli U2 porteresti su un’isola deserta? “Domanda più che difficile. Sono affezionato a Pop. Ma sono anche, ovviamente legatissimo ad Achtung Baby. Però credo porterei con me The Joshua Tree. Quando iniziano le note di Where The Streets Have No Name capisco come sia possibile che una canzone si trasformi in vera poesia”.
COME QUATTRO RAGAZZI DI DUBLINO CONQUISTARONO IL MONDO Per i fan l’appuntamento è anche in libreria, con “U2-In the name of love”, il nuovo libro di Andrea Morandi, giornalista e critico musicale (scrive su “Repubblica” e “Ciak”). Un testo che si legge quasi come una sceneggiatura, con protagonisti i luoghi e i ricordi legati ai magnifici quattro di Dublino. A chi consiglieresti il libro? “A tutti. Sarebbe riduttivo limitarlo solo ai fan perché il mio obiettivo principale durante la scrittura era proprio quello di uscire dalla nicchia degli appassionati. Nel libro ho voluto raccontare tutti i mondi che Bono e gli U2 hanno sotteso nelle loro canzoni, dal conflitto in Irlanda del Nord alla scoperta dell’America, dalle intuizioni postmoderne di “Achtung Baby” con i rimandi a Karl Popper e Jean Baudrillard alle esperienze in Salvador e Guatemala, dal frequente e costante uso della Bibbia fino alle citazioni di autori come Flannery O’Connor, Raymond Carver e Delmore Schwartz. È un libro che cerca di raccontare quante cose possano davvero esserci dentro i tre minuti di una canzone”. Come si struttura il libro e in cosa si differenzia dagli altri saggi sulla band di Dublino? “Nel libro non c’è solo musica, ma anche storia contemporanea, filosofia, letteratura, geografia e sociologia, è un volume che non è affatto unicamente musicale ma può essere letto come il romanzo di formazione di un ragazzo di Dublino, Paul Hewson che diventerà Bono, che perde la madre quando ha soli quattordici anni e dal punto più basso dell’esperienza cerca di risalire fino a conquistare il mondo. E ci riesce. Credo che la vita di Bono sia una storia incredibile che è ancora molto lontana dall’essere finita e forse ha ancora da rivelare le cose migliori”. In quale momento della loro carriera Bono & C. diventano la band più importante del mondo? “The Joshua Tree” ha segnato per forza di cose la vicenda U2: 28 milioni di dischi venduti di cui 10 negli Stati Uniti con la conquista totale del mercato americano hanno cambiato per sempre la loro carriera. Da quel momento sono diventati loro la band a cui guardare. E in fondo ancora è così, ventitré anni dopo”. L’Italia è uno dei Paesi più affetti da “U2-mania”. Come lo spieghi? “La passione e la grande capacità del pubblico italiano a capire e a lasciarsi trasportare dalla loro musica sono i motivi principali. E anche una certa affinità tra l’indole italiana e quella irlandese. Il legame tra U2 e Italia è molto profondo, Bono è cresciuto ascoltando l’opera, passione di suo padre, e l’italiano è una lingua che lo ha sempre affascinato”. Corso accelerato per un neofita che vuole “prepararsi” in vista del concerto torinese. Cosa consigli di ascoltare? “The Joshua Tree”, “Achtung Baby” e l’ultimo “No line on the horizon” visto che in scaletta ci saranno molti pezzi. Ma se è davvero il primo concerto gli direi di farsi travolgere completamente all’onda sonora e lasciarsi andare”.
“LA GRANDE MUSICA VA TUTELATA” Il ritorno degli U2 a Torino è un premio agli sforzi produttivi di Set Up: l’agenzia di Jimi Muttoni è già al lavoro da settimane in vista della fatidica data del 6 agosto. Cosa comporta l’organizzazione di un evento come la tappa torinese del 360° tour? “In realtà lo show è la parte più semplice. Il grosso viene con la gestione del “prima”: trovare il parcheggio per i camion, l’allestimento del palco, individuare i posti dove ospitare e far mangiare lo staff. In questo, per fortuna, Torino è ben attrezzata”. C’è voluto parecchio per avere il “sì” del Comune... “Il rock è sempre snobbato o bistrattato. Eppure gli U2 hanno trasformato la nostra città in capitale della musica. I grandi concerti vengono quasi visti come una rottura, eppure portano grande indotto, e le istituzioni ci guadagnano solo”. Il turismo può avere benefici dalla scena musicale? “Certo. Basti pensare a tutta la gente che arriva per un concerto e si ferma in città. Quando i Tokio Hotel cancellarono la loro data per un problema alla gola del cantante, i più disperati erano gli albergatori, che avevano decine di prenotazioni di famiglie. Una politica mirata può cambiare la geografia della musica”. A novembre arriva Lady Gaga, un altro “colpaccio”. Un nome che sogna di portare a Torino? “Abbiamo portato artisti di livello internazionale, i fan piemontesi non si possono proprio lamentare...”.
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