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Alessandro Preziosi

E’ davvero una “mina vagante” del cinema italiano. In meno di un anno Alessandro Preziosi è passato da Sant’Agostino, uno dei padri, “scomodi” e intellettualmente forti del pensiero cristiano, alla “corte” di Ferzan Ozpetek. Il regista turco l’ha chiamato, con Riccardo Scamarcio, a formare una coppia di bellissimi per il suo ultimo film.
E’ il tassello, l’ennesimo, che l’attore napoletano ha aggiunto ad una carriera costruita con attenzione. Alle fiction (“Elisa di Rivombrosa” gli ha fatto guadagnare l’affetto del grande pubblico) alterna film importanti ("La masseria delle allodole" di Paolo e Vittorio Taviani, "Il sangue dei vinti" di Michele Soavi) a sofisticate pièce teatrali.
Avvocato mancato (si è laureato con il massimo dei voti in giurisprudenza, proviene da una famiglia di tradizioni forensi) ha un rapporto viscerale, quasi intimo, con la parola. I torinesi hanno potuto “assaporare” questa capacità di dare un senso, profondo, ad ogni frase durante il reading sulle Confessioni di Sant’Agostino, andato in scena il 4 marzo al Circolo dei Lettori. Il luogo più adatto per conoscere da vicino una delle opere spartiacque della cultura occidentale e il suo autore. “Un uomo - spiega Preziosi - che ha assaporato la carnalità e conosciuto l’arroganza della conoscenza fine a se stessa. Alla fede è arrivato mettendo in dubbio la sua cultura, vastissima, attraverso una dolorosa riflessione interiore”.
Perché le Confessioni? "Per la loro grande forza editoriale. Il vescovo di Ippona racconta, in presa diretta, il cammino di condivisione dei principi cristiani. Leggendole si ritrovano, integri, concetti, fermenti e ideologie di quell'epoca".
Quando l'ha letto per la prima volta? “A 15 anni ricordo di aver visto la copertina tra i libri di mio fratello. L'ho poi letto a 30 anni, quasi 15 dopo, per preparami alla fiction (andata in onda su Rai Uno il 31 gennaio e il 1° febbraio, per la regia di Christian Duguay, ndr). E’ stata una scoperta: da allora mi ha accompagnato. Ho tenuto una lettura pubblica all’Università Cattolica e ora dei reading in giro per l’Italia”.
Il passo che ama rileggere? “Difficile scegliere, stiamo parlando di una straordinaria opera retorica, indicare un passo significa ridurne la portata generale. Forse quello sul conflitto delle due volontà, Agostino osserva come: “Lo spirito comanda al corpo e subito gli si presta ubbidienza, lo spirito comanda a se stesso e incontra resistenza. Lo spirito comanda alla mano di muoversi e il movimento avviene così facilmente che non si riesce quasi a distinguere il comando dall’esecuzione, nonostante la spirito sia spirito, la mano invece corpo. Lo spirito comanda allo spirito di volere, non è un altro spirito, eppure non esegue". Ma le Confessioni sono anche una dettagliata interrogazione sul tempo: Agostino giunge alla conclusione che non esiste in Dio, dare dei confini temporali equivarrebbe a negare la vita eterna”.
Con Khora Teatro, la sua casa di produzione, potrebbe portare in scena altri testi di Agostino? "In questo momento non c'è nessun progetto in vista. Ma se ci fosse la possibilità di fare un lavoro sulla "Città di Dio" non mi tirerei indietro".
Com’è cambiato il suo rapporto con la fede? “Sono credente: ho iniziato un cammino di miglioramento. Un percorso lungo e difficile”.
Parliamo di “Mine vaganti”. Com’è stato essere diretti da Ferzan Ozpetek? “Faticoso ed entusiasmante allo stesso tempo. Ho cercato di dare al personaggio di Antonio una profondità e una naturalezza che credo emergano sul grande schermo”.
Il film parla di un amore omosessuale. Come giudica la posizione della Chiesa verso i gay? “Penso sia iniziato un dialogo, ci siano stati dei passi in avanti rispetto al passato. L’amore tra due uomini, quando è profondo, va comunque sempre rispettato. La storia, poi, ci dà degli esempi eccellenti di amori potenti di grandi personaggi”.
“Non farti dire dagli altri chi devi amare, e chi devi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre”. E’ la frase che l’anziana nonna rivolge al nipote Tommaso. E’ un motto che sente suo? “No, trovo che sia pericoloso e sbagliato compiere certi errori da giovani. Se si deve sbagliare meglio farlo con le spalle coperte da un genitore, ci si fa meno male. Poi quando si è adulti uno è libero, e consapevole, di fare le proprie scelte”.
Preferisce una famiglia “stile Ozpetek” o tradizionale? “Avendo già un figlio da una precedente unione (Andrea, di 15 anni, nata dalla relazione con Rossella Zito, ndr) ho già un piede in quella direzione. Ma preferisco la famiglia tradizionale: dà più sicurezze e stabilità”.

LA FAMIGLIA DI MINE VAGANTI

“L’unica cosa più complicata dell’amore è la famiglia” è l’azzaccatissimo sottotitolo che Ferzan Ozpetek ha scelto per il suo “Mine Vaganti".
Durante un elaborato pranzo di famiglia Antonio fa outing, “fregando” sul tempo il fratello Tommaso (Riccardo Scamarcio). E' il giro d'orologio che dà il là alla delicata, ma al contempo divertente, a tratti dolente, commedia. “Il film - ha spiegato il regista durante la presentazione al cinema Massimo - è dedicato a mio padre. Ho scoperto tardi il dialogo con lui, quando era ormai malato di Alzheimer. La difficoltà di comunicare tra generazioni è il vero tema della pellicola”. Tra sotterfugi, girandole di equivoci, parole non dette, o che non si vogliono sentire, la famiglia Cantone, imprenditori di successo nel settore della pasta, è messa di fronte all’amore omosessuale. Una scoperta difficile, in certi casi impossibile da accettare nell’Italia contemporanea. Dire sì ad un amore “diverso” ma non per questo meno vero o puro, resta il nervo scoperto che colpisce, o drammaticamente affonda, l'equilibrio di affetti tra le mura domestiche: “Ogni due minuti - osserva Ozpetek - sento di ragazzi buttati fuori casa. Anni fa avevo letto di un padre che a Siracusa aveva ucciso il figlio. Un fatto che mi impressionò moltissimo. I padri considerano i figli un prolungamento del loro corpo, vorrebbero che fossero come loro. Ma la vera domanda che dovrebbero rivolgergli non è sei gay ma sei felice?".
In una Puglia assolata e vivida, colta tra l'incanto di folgoranti palazzi barocchi, si muovono Nicole Grimaudo, solitaria donna in carriera, mamma Stefania (Lunetta Savino) e l'eccentrica zia Luciana, una sorprendente Elena Sofia Ricci.
Riccardo Scamarcio è come un satellite che gravita silenzioso in quest'universo femminile. "Per evitare di ferire gli altri - spiega - Tommaso sceglie di non esporsi in prima persona. Ho dato al personaggio il tono più neutrale possibile per evitare che suscitasse poca simpatia nel pubblico". Fa da eco ai conflitti il disincanto della nonna, una straordinaria Ilaria Occhini. Nella sua vicenda di giovane sposa costretta, dalle "regole" dell'epoca, ad accettare il diktat di un matrimonio combinato, c'è un pezzo del Belpaese di oggi che continua ad aver bisogno di cambiare. Per crescere.

ENNIO FANTASTICHINI

Passionale e sanguigno Ennio Fantastichini è l’interprete perfetto per la figura del padre dispotico.
Dopo "Saturno Contro" è di nuovo diretto da Ozpetek. Come è stata questa seconda volta? "Prima di ogni film Ferzan fa una lettura del copione condivisa con gli attori del cast. In Italia non avviene quasi mai: è come una carezza, serve per motivarti a tirare fuori il massimo".
L’Italia e l’omosessualità. Qualcosa è cambiato? “In questi ultimi anni c'è stata una preoccupante regressione. Roma potrebbe vincere la Palma d’oro in aggressioni contro i gay. Nel film un personaggio osserva giustamente come dal 2000 al 2010 nulla sia cambiato, anzi la situazione è andata peggiorando. Purtroppo in Italia siamo dei professionisti nel far finta di niente”.
E' per la famiglia tradizionale o allargata? "Non sono per il matrimonio: sono stato sposato una sola volta e mi è bastato… Quando finisco di amare anche il mio corpo smette, non riesco neppure a dare un bacio".

L'ULTIMO CIAK DI RICCARDO SCAMARCIO

"L'ultimo giorno di riprese Ferzan mi ha detto "Stavolta fai pure quello che ti pare". Strano che mi lasci carta bianca, ho pensato, è sempre così metodico, attento ad ogni sfumatura. Come da copione ho sceso le scale del palazzo, arrivato in fondo mi sono accorto che sul set non c'era nessuno, eppure la macchina da presa continuava a girare. Questi sono pazzi mi sono detto... poi sono usciti tutti all'improvviso". E' lo stesso Scamarcio a raccontare il suo ultimo ciak. "Abbiamo festeggiato così: mi hanno poi spiegato che era un vecchio scherzo che si faceva al termine delle riprese".

 
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