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Ezio Mauro

di Filippo Vernetti

Nel giugno del 2005 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, durante un incontro con la stampa, fu perentorio con i giornalisti, spronandoli a “tenere la schiena ben diritta”. L’acquiescenza, ma in taluni casi anche il vassallaggio, verso i potenti di turno è la gabbia dell’informazione. Appanna il diritto del cittadino a conoscere lo “stato di salute” del Paese in cui vive. Ezio Mauro, direttore di Repubblica, è stato tra i protagonisti di un duro scontro con il capo del governo: il 14 maggio 2009, dopo le dichiarazioni di Noemi Letizia, il giornale aveva posto dieci domande al premier senza riceverne risposta. Il 1° giugno, a Santa Margherita Ligure, nel corso dell’assemblea dei giovani di Confindustria, il presidente del Consiglio aveva accusato il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari di attacco eversivo nei suoi confronti, invitando gli industriali a non dare pubblicità “ai media catastrofisti”. Il 26 giugno, dopo il delinearsi “dell’affaire D’Addario”, Giuseppe D’Avanzo aveva posto altre dieci domande al Cavaliere che miravano a chiarire la sua condotta morale. Nell’agosto del 2009 Silvio Berlusconi ha querelato Repubblica, ritenendo le domande “diffamatorie”. Come ha vissuto questo scontro? Si è mai sentito sotto assedio? “L’ho vissuto intensamente, e so che non è finito. L’assedio era evidente, le minacce anche. Ma si può comunque fare del buon giornalismo che prevede - quando ci sono evidenti contraddizioni - un’indagine permanente sul potere”. Migliaia di cittadini hanno firmato l’appello lanciato su Repubblica in difesa della libertà di stampa dai giuristi Franco Cordero, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky poi culminato nella grande manifestazione del 3 ottobre a Roma. La libertà d’informazione resta in pericolo? “Siamo una democrazia, lo ripeto continuamente. Ma abbiamo il diritto di interrogarci sulla qualità della nostra democrazia. Così come sulla qualità della libertà di stampa. Roberto Saviano ha scritto su Repubblica che se anche un solo giornalista quando accende il suo computer per scrivere un articolo sul capo del governo, deve temere dossier e minacce personali sulla sua vita, ebbene questo condiziona e deforma la libertà di stampa”. Nel suo lavoro di giornalista c’è stata una storia che, umanamente, ha avuto difficoltà a scrivere? “La storia della Thyssen. Un fatto enorme, uno scandalo della democrazia. Me ne sono occupato perché il sistema dei media e politico lo aveva già digerito come un incidente, un fatto di cronaca. Ma scrivendo, sentivi il pudore di inoltrarti in una tragedia così grande che appartiene solo alle vittime e alle loro famiglie. Bisogna scrivere in modo sorvegliato. Coniugando il pudore col diritto dell’opinione pubblica di sapere per capire”. Oggi i giornali devono fare i conti con la concorrenza di internet. In futuro può diventare un alleato della carta stampata o è destinato a sostituirla? “Può essere un alleato: penso a un sistema integrato, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il nastro che scorre su internet; l’interazione con i lettori, una gigantesca community che ogni mattino prende in mano il giornale di carta, cuore e anima del tutto”. Carlo De Benedetti, editore del gruppo Repubblica L’Espresso, in un convegno organizzato dall’Alumni Mip Association ha affermato che in futuro le news on line di Repubblica si pagheranno. Anche il New York Times è deciso a far pagare le news sul web. Non si corre il rischio di creare un’informazione per pochi? “L’informazione accurata ha un costo, e un valore. La follia del decennio è stata quella di cancellare il costo, ricercando il valore. Il nastro di news sarà gratuito. I servizi in più che un giornale offre, è giusto che si paghino perché valgono e costano”. Come immagina i giornali di domani? “Una parte di notizie, sapendo che il lettore le conosce già; una parte di approfondimenti, commenti, inchieste, reportage. I servizi speciali faranno la differenza. Per questo è nata R2”. Recentemente è stato a Torino per la presentazione di “Gente di Piemonte”, il libro raccoglie le storie che Carlin Petrini ha scritto su Repubblica in questi ultimi 3 anni. Il racconto che più l’ha colpita? “Mi ha colpito la capacità di Petrini di ascoltare e raccontare, che svela una capacità di capire. Sapendo che le microstorie sono un disvelamento della realtà, un deposito vivo di realtà. Il libro è un recupero dell’arte di raccontare storie, nella tradizione delle veglie contadine e della affabulazioni tipiche della provincia: capace di rendere mitici orizzonti e personaggi, trasfigurandoli nel racconto”. Il libro è anche una raccolta di luoghi, uno spaccato di geografia sociale e umana. Il luogo dove ama rifugiarsi? “Il mio posto è Dronero: il paese dove sono nato e dove torno ogni estate. Ma mi piace anche camminare per certe strade di Torino, fermarmi a leggere i giornali nei dehor dei bar, che sono i più belli d’Italia”. Oggi c’è un Piemonte a due velocità: in Val Susa 20 mila persone hanno sfilato per dire no alla Tav, a Torino politici e imprenditori si sono incontrati al Lingotto per dire sì all’Alta Velocità. Dopo 4 anni le parti sono rimaste arroccate sulle posizioni di partenza. Cosa non ha funzionato? “La trasformazione del problema Tav in una moderna ideologia. Questo non ha funzionato”.

 
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