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di Attilio Celeghini Può ancora accedere che un americano rimanga impressionato da qualcosa visto qui in Italia. Chiedete a Stef Burns cosa ha provato nel ’95, quando per la prima volta salì sul palco di San Siro al seguito di Vasco per “Rock sotto l’assedio”, pietra miliare nella storia dei live del vate di Zocca: «Mi trovai di fronte un pubblico immenso, mai vista una cosa del genere. Fu una botta pazzesca». E dire che il chitarrista di Oakland, California, non era certo un novellino, avendo già alle spalle una carriera ventennale che comprendeva collaborazioni e duetti con mostri sacri come Prince, Berlin, Michael Bolton, il mitico Joe Satriani, Slash dei Guns N’Roses, Ozzy Osborne, Alice Cooper: e proprio ascoltando un brano contenuto in un album di quest'ultimo, Vasco rimase folgorato dagli assoli di Stef, tanto da proporgli di entrare stabilmente nella sua band e prendere parte ai vari tour lungo la Penisola. Una volta abbracciata la chitarra nella "combriccola del Blasco", Stef non l'ha più posata, e così l'Italia è diventata la sua seconda casa. A sei anni strimpellavi le prime note, a nove avevi già una band con i tuoi compagni di scuola. Chi erano i tuoi idoli? «Il primo è stato mio padre, lui mi ha insegnato i primi accordi. Sentivo pezzi di Bob Dylan, poi sono passato al blues: B.B. King, Albert King, che ho visto dal vivo quando avevo 14 anni, un concerto che ricordo ancora oggi. E poi Johnny Winter, gli Allman Brothers, Sam Cook, Ray Charles, Billy Hollyday». Nell’eterna diatriba tra Beatles e Rolling Stones… «…scelgo i Beatles, perché a casa mia si sentivano soprattutto i loro dischi. Ma non disprezzo Mick Jagger e soci, anzi, li adoro». Il blues viene spesso associato a malinconia, lentezza, desolazione. Decisamente il contraltare della musica rock… «Diciamo che si fa blues per sentirsi meglio. È una musica che rinvigorisce forse più chi la suona che chi la ascolta. Quando sono triste mi butto anche su qualche arrangiamento reggae. La musica di Bob Marley è la miglior medicina. Ascolto “I wanna love you” e tutti i problemi spariscono». A proposito degli anni ’70, ieri la musica voleva cambiare il mondo. E oggi? Ne è ancora in grado? «Chissà. Io ho avuto la fortuna di vivere i Settanta negli anni dell’adolescenza. Le canzoni che senti in quel periodo ti rimangono impresse per sempre, perché stai crescendo, diventi uomo. Era davvero un altro periodo, la guerra in Vietnam era fonte d’ispirazione e scuoteva le coscienze. Oggi quel mondo non c’è più. Internet ha cambiato tutto». Hai suonato con molte band, ce n’è una che ti ha dato qualcosa più delle altre? «A parte i ragazzi della mia formazione, la “Stef Burns Group”, dico quella di Vasco. Compone melodie che personalmente adoro, ballate che lasciano grande spazio a noi musicisti e ci permettono molte improvvisazioni». Un "animale da palco" come te in che modo vive l’era della musica digitale? «Da una parte mi piace perché se ho bisogno di cercare un brano mentre sto lavorando riesco a trovarlo subito. Ma trovo triste vedere tanti giovani che usano la musica in modo superficiale, che ascoltano pochi secondi di un pezzo sul loro iPod e passano subito a quello successivo. La mia speranza è che con l’avanzare delle tecnologie, il cuore e l’anima profonda della musica riesca a sopravvivere». Che tipi di emozioni vuoi comunicare con la tua musica? «Quelle che provo io quando suono. Il contatto con il pubblico è qualcosa di straordinario. Il riferimento per capire se sto andando bene o meno sono le facce sotto il palco, osservandole capisco se io e i ragazzi stiamo riuscendo a trasmettere energia. Questa è la cosa più bella del mio lavoro». Le serate nei locali con la tua band e i tour negli stadi con Vasco: come si conciliano due esperienze così diverse? «Per il mio modo di intendere la musica trovo indispensabili entrambe. I concerti con Vasco mi regalano sensazioni forti e uniche. Ma è altrettanto bello poter alternare a serate più "riservate" con la mia band, suonare pezzi jazz e blues davanti ad un pubblico più ristretto. Mi piace cambiare, la vita in fondo è passare da un'esperienza diversa all'altra». I tuoi prossimi progetti? «Da poco è uscito il dvd dell'ultimo album della mia band, "World Universe Infinity": le riprese sono state fatte proprio qui a Torino, al Lapsus di via Principe Amedeo. In previsione c'è un altro disco, stiamo scrivendo i nuovi pezzi. Voglio continuare su questa direzione, un rock melodico, con frequenti cambi di atmosfere. A febbraio, poi, riprendo il tour con Vasco». Con il quale sarai ad aprile di nuovo qui a Torino, una città che ormai conosci bene... «Torino è bellissima. Per visitarla ho avuto una guida d'eccezione, Peppino D'Agostino (chitarrista italiano trasferitosi negli Stati Uniti, ndr), con cui ho collaborato in più occasioni. Mi ha portato in giro, in collina, lungo il Po. E mi ha fatto gustare il cioccolato migliore della città. Si vive bene qui, e sono contento di tornarci». Vasco ha detto che sei l'unico chitarrista al mondo in grado di commuoverlo. Si può sapere cosa gli hai suonato? (Ride) «Vasco riesce a percepire alla perfezione l'emozione che voglio trasmettere con la mia chitarra». Un aggettivo per definirlo? «Semplicemente, è un tesoro».
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