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CATERINA DEREGIBUS
di Filippo Vernetti

 

Il pubblico televisivo l’ha conosciuta come Elisa, una delle protagoniste di Commesse, la fortunata fiction di Rai Uno, o nei panni di Linda, la figlia del brigadiere in pensione Nino Manfredi. Ma per Caterina Deregibus, 35enne attrice italo-etiope, cinema e teatro sono ben presto diventati un occasione per toccare argomenti caldi, troppo spesso finiti sotto il tappeto del conformismo culturale. A una carriera fatta solo di flash e prime serate ha preferito la strada, scomoda, dell’impegno, andando a indagare i temi dell’immigrazione, dell’Italia multietnica, del confronto-scontro tra culture. Partendo dalla ricerca della sua identità ha dato voce alle storie di tanti, in cerca di un futuro e di un’esistenza dignitosa sulle rotte verso Occidente. Nata a Casale Monferrato ha iniziato proprio da Torino il percorso nel mondo dello spettacolo, diplomandosi alla scuola del Teatro Stabile diretta da Luca Ronconi. “Un’esperienza stimolante - racconta -: il primo anno è stato il più formativo, abbiamo lavorato sulla voce, sul portamento, sul movimento e il corpo, sulle principali tecniche di recitazione mentre il secondo era più centrato sul saggio finale. Torino è una città che ho amato molto: frequentavo soprattutto la zona del centro storico e della Gran Madre, dove abitavo”. Dicono che Ronconi sia molto esigente. “Ha un carattere forte, tende a metterti continuamente alla prova ma con il tempo si è “ammorbidito”. Subito dopo lo Stabile mi ha scelta per “Quel pasticciaccio brutto de via Merulana”. Nella sua carriera ha partecipato a fiction di successo: Linda e il brigadiere, Commesse, A casa di Anna, Il Capitano 2. A quale è più legata? “Commesse mi ha aiutata a crescere, maturare, superare quello spaesamento iniziale che avevo provato durante le riprese di Linda e il brigadiere”. Nonostante lo “spaesamento” per Nino Manfredi fu più brava di Claudia Koll. “Inizialmente ero intimidita ma Manfredi mi ha aiutata, mettendomi a mio agio: non ti faceva pesare la sua bravura. Aveva una naturalezza, un amore per questo lavoro davvero straordinarie. Sua moglie Erminia in un’intervista lo ha definito un “orologiaio”: è proprio così, era bravissimo nel rapporto con la macchina da presa, nel “battere” le battute, nello scandire i tempi scenici. Un maestro”. In Butta la luna 2 ha recitato a fianco di Fiona May, un’atleta “prestata” alla televisione. Come si è trovata? “È stato bello confrontarsi con una donna che provenendo dall’ambito sportivo si muoveva con la stessa decisione anche sul set”. La bellezza aiuta in questo mestiere? “Sì, ma non è indispensabile, contano di più la tenacia, l’intelligenza, la volontà di farcela”. Un regista con cui vorrebbe lavorare? “Marco Bellocchio e Claudio Noce che ha da poco presentato “Good morning Aman”. È il racconto di un’amicizia tra un giovane italiano di origine somala e un ex pugile di quarant’anni, un uomo solo, sconfitto dalla vita. La storia fa emergere le difficoltà di chi vive in un Paese che sente diverso da quello di origine. Propone una chiave di lettura che aiuta a leggere l’Italia di oggi. Un altro regista che amo molto è l’etiope Haile Gerima, un “film maker indipendente del terzo mondo”, come ama definirsi. Vive il cinema con integrità, serietà e autonomia assolute. Le sue opere sono uno strumento per elaborare e conoscere la propria storia personale e quella di una nazione. In “Tezà”, premiato come miglior sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia, ha descritto il ritorno in patria di un intellettuale, la sua “doppia identità”, la nostalgia e il ricordo, critico, per la terra d’origine”. Lei è italo-etiope. Come ha vissuto questa “doppia identità”? “Ho sentito un bisogno fortissimo di conoscere l’altro mio Paese d’origine, il primo viaggio “da grande” in Etiopia l’ho fatto con mia mamma. Oggi provo una nostalgia non solo culturale ma anche geografica per quei luoghi: mi mancano le colline del Monferrato come i paesaggi del Corno d’Africa”. I temi dell’identità e del confronto tra culture ritornano anche nel suo ultimo lavoro “Sotto un velo di sabbia”. “Lo spettacolo è un adattamento teatrale di due racconti tratti dal libro “Il sogno e l’approdo”. Con Alessandro Haber, tra aprile e maggio di quest’anno, l’abbiamo portato in tournée nei principali teatri siciliani. Siamo stati anche alla Fiera del Libro di Torino. È la storia di un viaggio di andata e ritorno tra l’Africa e l’Europa, lungo quella strada percorsa da migliaia di persone. Una riflessione sulle culture portate dai nuovi migranti e sulla parola straniero”. Quali progetti sta portando avanti? “Sto leggendo per un futuro adattamento teatrale “La ragazza di Casale Monferrato” di Giuseppe Bonaviri, un autore siciliano. Un altro progetto è ancora in stand by: sarà l’adattamento teatrale del libro “Madre piccola” di Cristina Ali Farah, racconta di due bambine cresciute in Somalia poi separate dalla guerra e dal destino”. L’Italia è un Paese multietnico? “Si fa fatica ad accettarlo eppure la società multietnica è già tra noi, basta guardare i visi delle persone. È un processo lento e difficile. La crisi economica che abbiamo vissuto ha fatto vacillare molte certezze, c’è stato un ritorno alle identità nazionali. Io sono favorevole a preservare e proteggere le proprie radici, credo che i dialetti locali siano una risorsa e un valore ma penso anche che i tanti bambini di seconda generazione che oggi frequentano le scuole debbano avere la possibilità di dedicare un’ora all’insegnamento della loro lingua madre. Li aiuterebbe a conoscere meglio la loro storia, ad integrarsi senza smarrirsi”. Esiste un rischio razzismo? “Si fa fatica a superare certi stereotipi: si continua a guardare lo straniero attraverso categorie di appartenenza come la lingua, la religione, il colore della pelle e non a considerarlo come un semplice essere umano che sta cercando di migliorare la propria vita. Penso che solo il dialogo e il confronto aiutino a superare le barriere, a sgretolare la paura dell’altro e anche ad arricchire noi stessi”.

Otto risposte per conoscerla meglio

Il piatto per conquistare gli amici? “Cous cous vegetariano”.

La canzone da canticchiare sotto la doccia? “Chasing Pavements” di Adele”.

L’armadio è pieno di… “T-shirt colorate”. Il più bel regalo ricevuto? “Lo sto aspettando…”.

Per mantenersi in forma? “Pilates, lunghe passeggiate e poi adoro ballare”.

La vacanza da sogno? “Polinesia francese”.

Tre aspetti del suo carattere da non sottovalutare? “Sono gelosa, mi dicono un po’ seriosa sul lavoro, felicemente attaccata alle mie radici”.

Il motto da seguire? “Imparare ad accettare e rispettare gli altri, ogni persona deve seguire la sua strada”.


 
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