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Giuseppe Tornatore
di Filippo Vernetti

 

Sarà Baarìa a rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar come miglior film in lingua straniera. La notizia ha raggiunto Giuseppe Tornatore mentre era a Torino per presentare il suo ultimo lavoro. “Sono felice – ha commentato – è il mio film più sincero e appassionato”. Campione di incassi ai botteghini, racconta, “incrociando” le vicissitudini di una famiglia di Bagheria, la storia politica e civile della Sicilia: dal ventennio fascista, alle lotte sindacali. Un’epopea popolare ma anche un romanzo appassionato dedicato alla sua terra. “Nelle lunghe passeggiate che facevo da ragazzo nel centro del paese – spiega – ho imparato tutto: a godere della fortuna ma anche ad esserne diffidente, che il bene e il male non stanno da una parte sola e che la vita ha una struttura narrativa talmente complessa che nessuno sceneggiatore potrebbe mai scriverla”. Un viaggio nella memoria e nel passato di una nazione ma anche un tributo alla magia del grande schermo. “C’è una sequenza – afferma – dove il protagonista porta il figlio di 5 anni al cinema. Inizialmente il bambino è impaurito dal buio della sala ma poi ne rimarrà conquistato per sempre”. Ora l’obiettivo di Tornatore è bissare il successo del 1990, quando con “Nuovo Cinema Paradiso” conquistò l’ambita statuetta. “Quando partii per Los Angeles – scherza – non avevo lo smoking. Non lo metterò in valigia neppure questa volta. Spero che il film possa entrare nella cinquina finale dei candidati all’Oscar”. Quanti ricordi personali sono “scivolati” dentro il film? “Tanti, ma Baarìa non è solo un omaggio al mio paese né una storia autobiografica. La storia ufficiale è sempre presente ma è raccontata come se i fatti accaduti fossero trasfigurati: fanno da sfondo alla narrazione”. Perché ha scelto di utilizzare il dialetto? “Mentre scrivevo la sceneggiatura mi è venuto istintivo far parlare i personaggi con la lingua del posto. È stata una scelta naturale: se avessi girato un film sulla Roma degli anni ’30 probabilmente avrei usato il romanesco”.

Eugenio Scalfari su Repubblica ha scritto che il film è una “Lotta di liberazione della memoria”. Condivide? “Sì, l’ho letto come un invito a riappropriarsi della memoria per riflettere sul presente. Dobbiamo recuperare i principi etici del passato: solo così possiamo guardare con più fiducia al futuro”. In Baarìa i personaggi partecipano attivamente alle lotte civili e sindacali di quegli anni. La politica è vista come strumento per cambiare la società. Oggi è ancora così? “Nella pellicola c’è un personaggio che sul letto di morte continua a ripetere ossessivamente “La politica è bella”. Allora era un mito positivo, i giovani, di qualsiasi provenienza e schieramento, la vivevano come prospettiva, come occasione per cambiare la propria vita. Aveva delle caratteristiche etiche marcate. A distanza di qualche decennio non è più cosi: è diventata sinonimo di malaffare, corruzione. Ecco che la memoria di quel periodo può diventare l’occasione per recuperare i valori, perduti, che motivavano le persone a scegliere l’impegno politico”. Alcuni critici l’hanno accusata di non aver parlato di mafia. Cosa risponde? “Che probabilmente non hanno visto il film. Ho scelto di raccontare la presenza di Cosa Nostra in Sicilia in modo originale: la mafia è immanente, la sua presenza si avverte costantemente in tutta la narrazione anche quando non se ne accenna direttamente”.

FRANCESCO SCIANNA: il protagonista

Nella sua carriera ha lavorato con registi come Luca Ronconi, Mario Martone, Cristina Comencini. In Baarìa è Peppino, un contadino che, lungo un arco temporale di 80 anni, si muove tra lotte sindacali e storie d’amore. In un cast composto da attori siciliani (Tornatore ha voluto nomi di primo piano come Luigi Lo Cascio, Lina Sastri, Beppe Fiorello,…) Francesco Scianna ha portato l’entusiasmo e l’umiltà dei suoi trent’anni. Chi è il comunista Peppino? “È un ragazzo che insegue un sogno: farsi una famiglia e vincere le battaglie politiche che lo vedono in prima linea. Passa tutta la vita a rincorrere i suoi ideali di militante e di uomo”. Baarìa è la storia di un popolo. Quali episodi potrebbero appartenere alla tua storia familiare? “Mio nonno è di Bagheria: nei suoi racconti ho ritrovato gli stessi personaggi che animano il film”. È stato difficile recitare in dialetto? “Tornatore ha voluto recuperare il dialetto originale, c’è stato un lungo lavoro sul linguaggio e sui suoni. Riscoprire la parlata del passato è stata una grande emozione, un impossessarsi di una lingua che pareva perduta”. Cosa ha significato girare un film in Sicilia? “Lavorare in casa è sempre bello. Personalmente ho preferito i sette mesi che abbiamo girato in Tunisia: mi ha permesso di staccarmi dalla realtà e di entrare completamente nel personaggio”. I tuoi prossimi impegni? “A gennaio sulla Rai uscirà la mini-serie di quattro puntate “Le cose che restano”, per la regia di Gianluca Tavarelli, dove interpreto un poliziotto in borghese. È un personaggio a cui tengo molto”.


 
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