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di Filippo Vernetti Se esiste un cinema “civile”, impegnato a dare voce a uomini che si sono battuti per cambiare la società, finendo ben presto nel dimenticatoio della coscienza nazionale, Beppe Fiorello ne è l’interprete più appassionato. Nella sua carriera è stato Salvo D’Acquisto, il carabiniere che sacrifica la vita per salvare un gruppo di ebrei dalla rappresaglia nazista, il medico dei poveri Giuseppe Moscati, Joe Petrosino, il poliziotto italo americano che nella New York di fine Ottocento, combatte la criminalità organizzata. A questa galleria di personaggi l’attore catanese ha recentemente aggiunto la figura di Tonino, il protagonista del film “Il sorteggio” (regia di Giacomo Campiotti, una coproduzione Rai Fiction e Artis, prodotta da Giorgio Schöttler e Sergio Giussani, con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte. Nel cast anche Gioia Spaziani e Giorgio Faletti). La sceneggiatura, Menzione Speciale come Miglior Sceneggiatura originale al Premio Solinas, è di Giovanni Fasanella con Giuseppe Rocca e Giorgio Glaviano e con la collaborazione di Campiotti e dello stesso Fiorello, un operaio chiamato a fare il giudice popolare nel processo alle Brigate rosse celebrato a Torino nel 1976. In una città avvolta da una cappa di paura che inghiottiva l’Italia di quegli anni, lacerata dalla lunga scia di attentati del terrorismo e dalle stragi eversive, è la storia di un uomo obbligato dal destino a scegliere tra la viltà e il dovere di cittadino. Al cinema Fiorello è anche nel cast di “Baarìa”, il kolossal diretto da Giuseppe Tornatore. “Sono un venditore di dollari - racconta -, un personaggio realmente esistito che Tornatore ha conosciuto nella sua infanzia a Bagheria. Agli angoli delle strade scambiava e vendeva dollari con i compaesani. Era una figura caratteristica della Sicilia di allora”. Che emozione hai provato nel girare un film nella tua Sicilia? “È sempre emozionante lavorare dove si è nati, ogni volta è come se fosse la prima. Ma Baarìa è anche il racconto di una storia siciliana, l’isola non fa solo da cornice al film. Le scene dove sono protagonista sono state girate a Tunisi, nella Bagheria ricostruita, eppure sembrava di stare in Sicilia, si percepiva la stessa atmosfera, il medesimo calore”. Perché Tornatore ha deciso di usare il dialetto in alcune parti del film? “I dialoghi, anche quelli in dialetto stretto, sono facilmente comprensibili perché il linguaggio cinematografico di Tornatore è quello del cuore, della passione. Il dialetto non fa altro che rendere più autentica la storia, radicandola nella terra dove è ambientata”. “Il sorteggio” è invece ambientato nella Torino degli anni del terrorismo. Che ricordo hai di quel drammatico periodo storico? “Ho pochi ricordi da un punto di vista visivo: sono del ’69 e ho iniziato ad averne coscienza solo negli anni ’80, quando la fase più violenta era scemata. Ne ho sentito parlare da mio padre, l’ho rivissuta leggendo i giornali dell’epoca, i libri. Mi sono fatto l’idea di un’Italia che non si capiva, dove le idee erano sostituite dalle armi, dagli attentati. Credo che qualunque idea, artistica, politica, culturale, debba essere sempre discussa. La violenza di quegli anni non è servita a nulla, ha bloccato il Paese invece di farlo crescere”. Cosa ti ha colpito del film? “Mi ha molto stimolato il punto di vista, cinematograficamente inedito, che propone. Fin ad oggi il cinema aveva portato in scena lo Stato e i terroristi, i protagonisti dello scontro in atto. La gente comune, le persone che volevano vivere la loro vita e quotidianamente dovevano fare i conti con la violenza, erano sempre rimaste sullo sfondo. Tonino è uno di questi: d’improvviso, è chiamato a fare il giudice popolare. Ha paura, le br minacciavano di morte i cittadini che avessero preso parte alla giuria. È un uomo semplice che si ritrova dentro una storia più grande di lui, ma non gira la testa, come avevano fatto altri prima di lui. Fa il suo dovere. Ho dato tutto me stesso per far emergere tutti i suoi dubbi e le sue paure”. Come si è arrivati a sconfiggere il terrorismo? “C’è voluto del tempo per capire il fenomeno e per affrontarlo adeguatamente. Poi c’è stato un cambio di strategia da parte dello Stato. Ma credo sia stata soprattutto la gente a sconfiggerlo, è stata la forza popolare a rifiutare la logica dello scontro: il Paese voleva andare avanti, c’è stato un cambio di rotta e di mentalità”. Il terrorismo ha affermato il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli “Si è rivelato “altro da noi”. Ha determinato un imbarbarimento generale che ha spinto a fare fronte comune, lo si è isolato politicamente e socialmente e questo ha semplificato il lavoro investigativo. La mafia, invece, non è ancora “altro” rispetto a noi. La sua forza è il suo impasto con alcune parti della politica, dell’economia, della finanza e della società”. “È vero, la mafia ha saputo mimetizzarsi nella società, è camaleontica, vive in mezzo a noi. Un boss mafioso potrebbe essere il nostro vicino di casa eppure difficilmente potremmo scoprirlo o anche solo intuirlo. Ha interessi e ramificazioni forti, anche in certe parti della politica”. Chi si batte contro la criminalità organizzata rischia di rimanere isolato. Roberto Saviano è stato lasciato solo? “Non credo: vivendo sotto scorta non può muoversi liberamente, frequentare le persone che vorrebbe. Ma attorno a sé è circondato dall’affetto di migliaia di cittadini. Bisogna comunque tenere alta la guardia e vigilare affinché lo Stato non lo abbandoni come è successo per Falcone e Borsellino”. Nei tuoi film interpreti personaggi scomodi, che non hanno avuto paura di battersi per cambiare la società. A quale sei più legato? “Li amo tutti allo stesso modo perché mi hanno dato l’affetto del pubblico. Ma “La vita rubata” mi inorgoglisce particolarmente: è una storia di giustizia, ha restituito dignità a Graziella Campagna, una ragazza di 17 anni uccisa dalla mafia il 12 dicembre 1985. Il film ha smosso le coscienze e contribuito in maniera determinante alla conclusione di un caso giudiziario che durava da 24 anni, finalmente si è arrivati a una sentenza, alla condanna dei colpevoli. Ma fino all’ultimo ha rischiato di non andare in onda: si temeva che il film turbasse la serenità e l’imparzialità dei magistrati chiamati a giudicare. Il ministro della Giustizia di allora Clemente Mastella non voleva che venisse trasmesso. Recentemente c’è stata una polemica: alcuni magistrati hanno evidenziato il pericolo che certi film mitizzino Cosa Nostra: probabilmente il rischio esiste ma altri, come “La vita rubata”, la sbriciolano”. Non hai nostalgia della commedia? “Ho debuttato nel cinema con la commedia “L’ultimo capodanno” di Marco Risi. È un genere che amo, la rifarei sempre. Attualmente sto lavorando alla sceneggiature di tre social commedy, ispirati a dei fatti di cronaca. Sto cercando dei produttori per portare avanti il progetto”.
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