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Lui, diventato un modello del giornalismo televisivo, ha ammesso che la sua forza è la sua testardaggine, molti sostengono invece la sua bravura, la sua costante ricerca della verità, dell’approfondimento, l’ottimismo e l’entusiasmo nel perseguire progetti ambiziosi che mirano a mettere al centro del servizio pubblico il cittadino e non il consumatore fagocitante di programmi spazzatura. Lui, Giovanni Minoli, si è raccontato in un faccia a faccia con studiosi e critici televisivi di fronte ad una platea di universitari, cittadini e personaggi di spicco del mondo della televisione e non solo, il 29 aprile presso il Cineporto , nell’incontro organizzato da Film Commission. La televisione è lo specchio della società o la società è specchio della televisione? “Ci sarebbe molto da discutere ma se facciamo un confronto con la ciò che vedevamo in televisione negli anni ’80 ci rendiamo conto che si guardavano programmi dove esisteva la libertà di opinione, dove si parlava di una società produttiva. Invece oggi la tivvù è lo specchio di un sistema televisivo bipolare dove vige la legge della sopravvivenza commerciale. In cui è più importante fare ascolto che non formazione ed educazione con obiettivi a breve termine raggiungibili con programmi futili che poi diventano esempi di vita per le nuove generazioni. Il pubblico va anche educato alla sana informazione e non solo alla visione accanita di talk show fondati sulle risse”. La soluzione? “Avere il coraggio di cambiare sistema organizzativo come nel resto d’Europa. La Rai deve fare servizio pubblico, i cittadini devono essere desiderosi di pagare il canone per ottenere un’offerta di programmi elevata qualitativamente, all’avanguardia non la copia di format vecchi provenienti da altre reti internazionali e privi di contenuti solo incentrati sull’intrattenimento futile perché esiste anche l’intrattenimento educativo ma se nessuno lo conosce, se non si investe nella ideazione di questi non ci sarà futuro. In Inghilterra il governo ha raddoppiato i fondi destinati alla BBC e aumentato il canone ed è una rete che funziona su tutte le piattaforme. Noi abbiamo il canone più basso d’Europa e ci lamentiamo di pagarlo perché non troviamo differenza con il resto dei canali commerciali gratuiti. La televisione pubblica ha il dovere di mettere al centro di tutto il cittadino e non il consumatore”. Le fiction da lei ideate sono programmi di servizio pubblico? “Certo, la lunga serialità fa formazione sul pubblico medio, nella società . Vengono analizzate le problematiche di una cultura quella napoletana in Un posto al Sole e quella siciliana in Agrodolce sempre in una chiave propositiva”. Nel 1980 è entrato nelle case degli italiani con “Mixer”, con le interviste “faccia a faccia” che rivoluzionano il modo di raccontare la storia e i protagonisti tanto da diventare poi il programma antesignano de La Storia siamo noi. Quali sono secondo lei gli elementi innovativi di questo programma, da voi ideati e che da subito hanno interessato e affascinato il popolo italiano? “E’ stato un esempio credo per molti giornalisti e produttori televisivi per la forma e i contenuti estremamente originali. Abbiamo inventato un linguaggio che catturasse l’attenzione del pubblico reduce dai film di prima serata, che non andasse in distonia con la pubblicità quindi sono nate le famose schede di presentazione dei soggetti o degli argomenti annunciate con un linguaggio quasi rappeggiante fatti di accenti e toni esclamativi su delle parole chiave frutto di un’attenta ricerca stilistica. L’intervista è diventato un metodo per l’approfondimento diverso dal puro documentario. Associare un volto ad una verità è molto più incisivo. Interviste piccanti, scandalose, compromettenti da sostenere anche un contraddittorio”. Lei è sempre stato abile nel far emergere la verità anche con i silenzi nelle interviste più difficili. Qual è il segreto? “Riuscire a sostenere educatamente e professionalmente dei contradditori, nel sapere tacere nel saper incalzare al no comment con una seconda domanda per abituare il proprio interlocutore a dire anche ciò che non vuol dire” C’è mai stata un’intervista che non ha voluto fare? “Si. Sono riuscito ad intervistare chiunque dai più ai meno potenti . Avevo un mito: Ted Kennedy che però mi ha deluso e che ho rifiutato di intervistare perché alla nostra richiesta ha avuto un approccio troppo arrogante e diffidente”. Come è nato Mixer? “La mia idea è stata battezzata Mixer da mia moglie. Cercavo un nome che esprimesse anche il lato tecnologico, produttivo della realizzazione di un programma e lei ha pensato proprio al mixer, l’elemento che assemblava tutti i pezzi i contenuti del programma”. Cosa ne pensa del giornalismo web e delle nuove tecnologie? E’ una guerra senza senso perché si investono grandi risorse sui supporti tecnologici e non sui contenuti quindi si continua a propinare sempre i soliti cult di anni fa su qualsiasi tipo di tecnologia fantascientifica che però non fanno progredire la comunicazione. Bisognerebbe invece investire per sviluppare nuovi programmi di nicchia più specialistici. E’ una storia vecchia…Vi racconto un aneddoto storico. Mio suocero Ettore Barnabei mi raccontava come è nata la Rai, proprio qui a Torino. Gli ingegneri del consiglio di amministrazione volevano investire l’80% delle risorse in tecnologie e il 20% in contenuti, ma lui ha combattuto e ottenuto che venissero destinate le risolse al contrario per offrire una programmazione più adeguata al cittadino. Lui per me è stato un esempio”. Come è nata l’avventura di Rai educational? “Ho avuto questa bella idea e con la mia testardaggine ho pensato che se avessi portato soldi me lo avrebbero fatto fare e infatti ci sono riuscito. Nella vita bisogna rischiare. Io sono votato per le start up, non mi piace copiare mi piace inventare. Ho costruito in Rai Educational un progetto intorno alla storia, per chi ha voglia di sapere di più e ha funzionato. Perché? Il nostro è un format a basso costo e alta redditività. Puntiamo sull’approfondimento e non sulla superficialità. Andiamo alla ricerca di servizi, documenti inediti recuperate da cineteche e dai contributi della gente”. Qual è il movente che ha reso La storia siamo noi un programma appassionante per tutti? “Perché è un programma fatto non solo con la ragione ma con la passione del cuore. Sono partito dalla mia passione per la storia per poi coinvolgere il mondo. Interessarsi alla storia non significa fuggire alla realtà anzi è un modo per conoscere di più le nostre radici e capire dove vogliamo andare. Qual è il nostro presente e futuro”. La Storia siamo noi è l’essenza di RaiStoria, diretto da Giovanni Minoli. Il nuovo canale Rai, nato a budget zero in onda sul digitale terrestre, sul canale 805 di Sky e in streaming sul portale Rai.tv, è una novità estremamente positiva nel panorama del digitale ed è articolato da variegate sezioni tematiche: “Res Gestae”, per rivivere gli avvenimenti che hanno cambiato l’Italia e il mondo; “Res Tore” e “Res Tauro” : un viaggio nella memoria del Paese; “Res Tube”: nuovi modi e linguaggi di documentare il passato, à la “Current Tv”, oltre alle altre trasmissioni conosciute e già in programmazione sul circuito di Rai Educational, “Un Mondo a Colori”, “Magazzini Einstein”, “Cult book” e appunto “La Storia Siamo Noi” . “E’ un mondo di idee, è l’attualità dietro la storia e la storia dentro l’attualità. E’ un’offerta diversificata, strutturata anche con un linguaggio televisivo moderno, accattivante che ben si sposa con i tempi frenetici della nostra società. Ci sono professionisti , giornalisti, autori che vivono alla ricerca della novità dell’informazione fuori dagli schemi convenzionali. C’è la fonte inesauribile di memoria storia delle Teche Rai estremamente indispensabile. Pensate che gli americani non avevano più i materiali dello sbarco sulla luna: hanno potuto riaverli solo perché la Rai aveva convertito i materiali e mantenuto così la documentazione”. Ma assaggi di La Storia siamo noi impazzano sporadicamente anche sulle reti pubbliche con una la presenza random? “Si abbiamo ancora degli spazi fissi su Rai due, Rai Uno e Rai Tre per colpire anche chi non si è ancora convertito al satellite”. Chi è il Minoli di oggi? “Un professionista che non si ferma, che si cimenta in ambiti sempre nuovi. Fiero di aver fatto emergere illustri giornalisti, autori e professionisti”. Agli aspiranti giornalisti che consiglio darebbe? “Dico di cambiare mestiere se non sono appassionati. Dico di diversificare la loro professionalità perché essere giornalisti significa diventare anche degli ottimi autori, sceneggiatori, plottisti, tutte professionalità di cui la televisione di qualità ha bisogno. L’importante è studiare bene il format della scrittura, evolverla e personalizzarla”. Nella sua carriera ha prevalso più il cuore o la ragione? “Ho scelto sempre il cuore ed ho usato la ragione per limitarne i danni”. Dicono di lei che è narciso, egocentrico con una punta di presunzione. Ma qual è il suo peggior difetto? “Ho una tendenza all’ira che spero di vincere e superare perché sono una persona molto paziente e fortemente determinata nel raggiungere un obiettivo. Ma credo anche che l’ira sia l’interfaccia della grande passione che metto in ogni cosa che faccio”. PILLOLE DI VITA
Dopo la laurea in Giurisprudenza, è entrato in RAI nel 1972, a 27 anni (è nato il 26 maggio 1945 a Torino), diventandone uno dei dirigenti più prolifici come autore e produttore di programmi. Dopo essere stato per dieci anni capostruttura di Rai Due, Minoli, è stato direttore della stessa rete, della struttura Format e di Rai Tre. Come autore di programmi, oltre a Mixer, del quale è stato anche conduttore – il primo esempio concreto di trasmissione giornalistica moderna in Italia - ha prodotto decine di trasmissioni, molte delle quali appartengono alla storia della televisione italiana come Quelli della notte con Renzo Arbore e Blitz con Gianni Minà. Nel 1996/1997 e 1997/ 1998, da direttore di Rai Tre, ha portato in prima serata la medicina che parla come tutti con “Elisir”, la storia con “La grande storia”, l’economia con “Maastricht Italia” e i grandi documentari Minoli ha anche realizzato il primo progetto di fiction italiano Un posto al sole. Dal gennaio 2000 ha ricoperto la carica di direttore generale prodotto di Stream. Nel luglio 2002 è stato nominato direttore di Rai Educational: alla sua direzione si deve tra l’altro il successo di La storia siamo noi (Premio Ilaria Alpi 2003, Premio Regia Televisiva, 2005, Premio Ischia al miglior giornalista). Ha lanciato una nuova fiction, Agrodolce, ambientata in Sicilia. Il 31 gennaio 2009 è stato vincitore della prima edizione del premio “Buone Notizie - Civitas Casertana”. Oggi alla direzione del canale satellitare RaiStoria.
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