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Riflessioni, emozioni, che si accavallano dopo aver trascorso una giornata, a fianco a degli uomini, i protagonisti di un film eccezionale: i detenuti del carcere delle Vallette di Torino, nel loro cinema, dove si è messa in scena la commedia della loro vita, firmata Tutta colpa di Giuda, dall’originale Davide Ferrario. Invitata ad assistere alla prima, con altri giornalisti, gli attori protagonisti Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Luciana Littizzetto, la troupe, i venti detenuti della sezione VI, blocco A, gli agenti e i direttori della Casa Circondariale “Lo Russo e Cutugno” di Torino, chiuso il portone del penitenziario e lasciato il mondo fuori, una leggera sensazione di aspettativa ma anche di disagio mi ha colta improvvisamente. Ci siamo addentrati nei lunghi, anonimi corridoi, tra gli occhi curiosi di alcuni detenuti che si intravedevano da una vetrata, sorpresi dal battito roboante di cancelli che si aprivano e chiudevano alle nostre spalle. Ma l’incantesimo è sfumato quando siamo entrati nel salone della proiezione. Un altro pianeta! Un’accoglienza straordinariamente gentile, eccessiva, tanto da sembrare finta, ci ha destabilizzati. Grandi sorrisi e strette di mano, uno squisito cioccolato e profumo di caffè, rigorosamente prodotto e offerto dall’associazione Pausa caffè, un buffet, hanno infranto ogni pregiudizio. Potrebbe sembrare un paradosso ma sembrava una grande festa. Il giorno della grande rivincita, la realizzazione dell’essere uomo, la rivelazione al mondo libero delle altre qualità del mondo “sbagliato”. Mi sono avvicinata ad uno di loro prima che iniziasse la proiezione, chiedendogli che parte recitava nel film, mi ha risposto sorridendo e convinto: “Sono la star!” Da lì è nato un simpatico dialogo con questa persona ironica e vera, proprio come poi si è svelata nel film. Si chiama Francesco Trovato, ha 42 anni, è uscito dal carcere circa tre settimane dopo aver girato il film e da un anno cerca lavoro. “Sono preoccupato perché non riesco – dice - a trovare un’occupazione. Spero di farcela”. Lavorare per questo film mi ha dato una grande carica, la voglia di rimettermi in gioco. E’ stato bellissimo anche perché ho stretto forti amicizie con la troupe e gli attori”. Cosa ha imparato del mestiere di attore? “A provare e trasmettere forti emozioni. Ora voglio fare l’attore”. E dopo aver visto il divertente film - documentario, lo auguro a tutti i protagonisti, visto il successo ottenuto tra gli applausi interminabili della platea emozionata, che uscita dal carcere ha portato con se il triste sorriso di molti.
IL FILM Uscito nelle sale il 10 aprile scritto e prodotto da Davide Ferrario Distribuito dalla Warner Bros, il film Tutta Colpa di Giuda è stato un grande successo. Irena Mirkovic (Kasia Smutniak), regista d’avanguardia, accetta di collaborare con don Iridio (Gianluca Gobbi) per la messa in scena in un istituto penitenziario di una paradossale “Passione Pasquale” non sa che quell’esperienza le cambierà la vita. Non solo perché l’incontro con il direttore del carcere Libero Tarsitano (Fabio Troiano) la spingerà a chiudere definitivamente la relazione con il suo fidanzato-attore Cristiano (Cristiano Godano), ma perché presto si troverà di fronte a un problema insolubile. Dopo aver conquistato la fiducia dei detenuti, Irena si rende conto che “dentro” nessuno è intenzionato a fare la parte di Giuda, per motivi che in un carcere sono chiari a tutti. C’è anche chi rema contro lo spettacolo: suor Bonaria (Luciana Littizzetto), una religiosa inflessibile ma dotata anche di spirito molto pratico. La situazione si sblocca quando Irena ha un’illuminazione: se Giuda non si trova, perché non pensare alla storia di Gesù in un altro modo ? Una storia che non preveda tradimento, condanna, punizione e morte ? Una storia che finisca bene ? I detenuti, pur non afferrando le implicazioni filosofiche, apprezzano la scelta: purché sia contro la galera...
KASIA la forza della speranza Brava e bella, capace di indossare con naturalezza i panni di Irena, timida ma combattente. Una vera scoperta, capace, oltre qualsiasi previsione, di cavalcare come una fuoriclasse, un film interamente girato senza un sceneggiatura, in perfetto stile Davide Ferrario. Ci ha appassionato, ci ha divertito e fatto capire che bisogna osare anche a costo di soffrire per vincere delle battaglie. Quanto c’è di Irena Mirkovic in Katarzyna anna Smutniak? “Molto – ci conferma - perché anche lei è timida e determinata e interpretare questo ruolo che rappresenta una cerniera tra la realtà e la finzione è stato per me molto formativo”. Il tuo primo impatto con i detenuti? “Anche se ero preparata, sono entrata alle Vallette con un pò di diffidenza e timore. Subito nella prima scena (poi tagliata) sono stata messa a confronto con loro. Sola in un ring a sfidarli. Potete immaginare! Poi ho scoperto loro più imbarazzati di me e da lì ho capito di trovarmi in un’isola protetta”. Cosa le ha lasciato questa esperienza? “Ho vissuto momenti indescrivibili, fortissime emozioni nel conoscere uomini condannati dal loro destino ma con una grande forza. Nei miei confronti ci sono state mille attenzioni, gentilezze, mi facevano addirittura assaggiare i loro prodotti provenienti dalle loro terre di origine, privandosene. Mi sono isolata dalla mia famiglia completamente per cinque settimane e ho vissuto la loro triste quotidianità. Con loro ho scoperto i limiti dell’uomo”. Il tuo personaggio è idealista ma poi fa i conti con la realtà, pensi di aver regalato delle illusioni a questa gente? “Irena aveva un progetto: realizzare una commedia che ha dato speranza a questa gente e io credo che noi attori anche nella realtà gli abbiamo trasmesso questo messaggio senza però dare false aspettative, perché loro più di noi purtroppo sanno che non si può cambiare la realtà”. Come è stato rivivere dopo il carcere? “Bruttissimo così come lo è oggi ritornare perché si acquisisce l’amara consapevolezza che per noi la vita continua, per loro no”. Qual è stata la scena più difficile da girare? “Il ballo in cortile. Diluviava improvvisamente sulla scena cloù del salto sulla croce. Forse era un segno del destino, e come tutte le scene lo abbiamo sfidato , improvvisando, cambiando nuovamente la sceneggiatura”. Hai dovuto ballare e suonare? “Si ho imparato tutto in un mese e con la fisarmonica non è stata una passeggiata”. Come è stato non seguire un copione? “Bellissimo perché si è più naturali, liberi, espressivi”. Non troppo presente nelle occasioni mondane, Kasia, ultimamente apparsa nella trasmissione di Victor Victoria, su LA7, dove ha ballato il nuovo balletto-tormentone della Papaya Dance, che pare sia nato proprio nella sua terra d'origine, e cantato tutta seria l'inno polacco, non ama parlare della sua vita privata, è molto riservata ma ci ha confidato di frequentare Torino, di amare il quadrilatero, di aver partecipato, con il suo compagno Pietro Taricone ad una serata vip organizzata da dj a capodanno, di non avere grandi passioni oltre il volo. Si perchè, figlia di un generale dell'aviazione polacca, ha vissuto la sua infanzia in aviazione e, a soli 16 anni, riesce a prendersi il brevetto di pilota di aliante. Ma a 17 anni, inizia la carriera di fotomodella. Notata dall'agenzia di moda milanese "Why Not" si trasferisce in Italia, dove comincia a farsi conoscere in qualche spot pubblicitario. Il suo debutto cinematografico avviene nel 2000, grazie alla pellicola comica di Giorgio Panariello.
FABIO TROIANO . LIBERO “DENTRO” Dai R.I.S. - Delitti Imperfetti a Direttore di un carcere, sarà una vocazione? Fabio Troiano smentisce e ci stupisce piacevolmente in questo ruolo ironico e disincantato. Felice di recitare con il suo accento napoletano (la sua famiglia è di Castellamare), pur essendo di Carmagnola, ha reso la commedia divertente senza snaturarla, e sogna di interpretare personaggi allegri. E’ la concretizzazione della disillusione, dello scorrere lento, piatto, senza emozioni della vita carceraria, è un uomo che deve saper ascoltare e far valere la sua autorità. “Per fare il direttore in un carcere bisogna avere la vocazione – dice – cedo che sia un mestiere che si impara sul campo”. Come è stato accolto dai detenuti? “Ero un po preoccupato. Da subito mi hanno fatto intendere di trattarmi proprio come un direttore. Quando mi hanno presentato a loro, il più verterano, l’eragastolano Sergio Settimo, mi ha fatto visitare il carcere, mi ha raccontato delle loro esigenze e chiesto se era possibile avere anche dei pc funzionanti. Sono entrato nella parte e ho detto: vado in ufficio e vediamo se facendo una richiesta la risolviamo subito. Ma lui mi ha risposto: “No. Un direttore direbbe: vediamo…Prenderebbe tempo” e da lì si è sviluppato un bel rapporto di rispetto reciproco”. Come potresti definire questa esperienza cinematografica? “Un insegnamento di vita. Ciò che si immagina fuori su questa realtà è distorto, perché dentro ci sono comunque delle persone con una grande voglia di cambiare. Poi magari non riescono. Forse ci hanno anche raccontato le loro storie un po romanzandole, ma comunque storie di vita, di difficoltà dovute anche a situazioni esterne sfavorevoli. Mi hanno fatto apprezzare ogni cosa della mia esistenza e valorizzato ulteriormente il senso della libertà. Mi hanno dato molto più di quello che noi siamo riusciti a trasmettere loro”. Con quale regista vorresti lavorare in futuro? “Assolutamente Ferrario, dopo essermi diplomato al Teatro Stabile lui mi ha scoperto in Dopo Mezzanotte, io ho scoperto lui”. L’attrice che apprezzi attualmente? “Vittoria Mezzogiorno”. L’attore mito? “Troisi”. L’abc delle tue passioni? “Donne, Moto, cucina. Adoro preparare le kish e trascorrere serate in compagnia di amici”.
Littizzetto. Una suora tutt’altro che Bonaria Inflessibile, contraria al cambiamento, la voce della triste realtà, l’emblema della religione cristiana indiscussa non si scompone di fronte all’uragano di speranza che sta travolgendo i suoi detenuti. Ironicamente li aspetta al varco e dismessi i suoi panni di suora, la Luciana di sempre dice: “Si fa finta di cambiare il mondo ma questa resta sempre una discarica sociale. Dobbiamo convivere tutti i giorni con la sfiga e nel carcere questa si ripete continuamente”. Hai partecipato anche prima di girare il film a diversi laboratori sul teatro in carcere, che idea hai del detenuto? “Non esiste il detenuto per antonomasia. Ci sono ragazzi molto intelligenti e quindi più scaltri che riescono anche a trovare i metodi per passare meno anni al fresco. Altri ragazzi invece più bambocci che rimarranno per sempre dei poveri uomini senza ambizione e possibilità, altri incaponiti senza via di uscita, come chi è uscito e rientrato perché mi ha detto che il suo mestiere è fare il ladro quindi non potrà che fare sempre dei soggiorni a tempo in carcere”.
IL DOCUMENTARIO DI UN LATO DELLA VITA . DAVIDE FERRARIO Ha cominciato a frequentare il carcere nove anni fa, in modo abbastanza casuale. Gli fu chiesto di fare due lezioni di montaggio a un corso di formazione professionale per video-editor e operatori che si teneva a San Vittore, ma l’impatto con il gruppo dei detenuti fu così forte che chiese un permesso da volontario e da allora continua a lavorare “dentro”. Il suo cinema rigorosamente indipendente occupa in Italia un posto incontrastato tra i migliori. Appassionato dei documentari è alla continua ricerca della verità che cerca di sviscerare, rappresentare nel modo più naturale possibile. “Credo – afferma - che il cinema sia molto più ripresa e montaggio, che scrittura. Lavorando con venti detenuti veri, dentro dei tempi dettati dalla vita del carcere e in condizioni atmosferiche sempre imprevedibili, non si poteva seguire il copione – insomma, non sarebbero stati attori credibili se non avessero interpretato se stessi. Un’esperienza quasi documentaria e penso proprio che il continuo scambio tra piano documentario e fiction sia una delle forze trainanti del film, fino al finale a sorpresa...”. Fare il volontario in un carcere a chi serve? “ A te stesso. Credo che noi liberi viviamo in un mondo di plastica e di finta autodeterminazione. La brutalità della galera, invece, ti pone in una situazione limite in cui un uomo deve fare i conti con se stesso (tanto è vero che qualcuno non ce la fa e si suicida: sono circa cinquanta all’anno, in Italia). E se vai dentro con onestà, non per fare il missionario o per salvare qualcuno, impari tante cose quante ne lasci lì”. Il complimento più bello che puoi sentirti fare? “ E’ che “sei uno di loro”, come spesso mi hanno detto, anche se so benissimo che siamo profondamente diversi”. TUTTA COLPA DI GIUDA, perché è girato a Torino... “Sì, perchè nel 2004, ho cominciato a frequentare le Vallette di Torino, la mia città. A Milano stavo al Penale, a contatto di condannati a pene molto lunghe, ergastolani, rapinatori, omicidi, anche alcuni BR mai pentiti; alle Vallette frequento la sezione Prometeo, una sezione sperimentale che è come la descrive don Iridio nel film: delinquenti di piccolo calibro, quasi tutti con problemi di droga – anche se in sezione ci sono alcuni condannati per reati più importanti e anche un ergastolano. Tanto è vero che nel 2006 eravamo già pronti a girare, ma poi arrivò l’indulto e quell’agosto ci ritrovammo in sezione solo io e l’ergastolano... Ci è voluto un altro anno per ricostruire un gruppo”. Il film, però, non è “sul” carcere. “No, infatti, semmai è “nel” carcere. TUTTA COLPA DI GIUDA parla della religione. Ma quando ho pensato alla storia del film mi è subito parso evidente che il carcere sarebbe stato un formidabile catalizzatore per trasformare una storia “intellettual-filosofica” in una vicenda realistica con delle grandi potenzialità di commedia. Lasciatemi dire che sono un ateo convinto e sereno. Mi son sempre chiesto cosa sarebbe successo se Giuda, invece di cedere al famoso bacio, si fosse semplicemente rifiutato di collaborare all’autodistruzione di Gesù. Ci saremmo trovati di fronte al paradosso di un piano divino messo in mora dalla ribellione di un uomo. Se Gesù non fosse stato tradito e condannato, se non fosse morto e risorto – insomma, se non avesse potuto salvare il mondo, come credono i cristiani, che cosa sarebbe successo ? Mi è balenato in mente un luogo in cui nessuno farebbe il Giuda (in pubblico, naturalmente – perchè poi dentro gli infami ci sono, eccome): il carcere. E in particolare la recita di una Passione in cui nessuno vuole fare quel ruolo. Ho provato a pensare a cosa avrebbe fatto il regista… E da lì si è messo in moto tutto. Perché rendere questa commedia quasi un musical? “Un’altra sfida apparentemente folle,ma ho voluto osare. Quando ho buttato lì l’idea ai detenuti che avrebbero dovuto ballare, come prima reazione dicevano: “Ma non è che poi sembriamo dei froci?” Con questo materiale umano ci voleva un approccio tutto particolare e devo dire grazie a Laura Mazza, la coreografa. Tutta la preparazione della parte musicale, canzoni comprese, è stata quella in cui i detenuti si sono più appassionati. Forse perchè da lì veniva fuori una corporalità che in carcere è semplicemente obliata”. Una scelta di contaminazione anche musicale? “La musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale nel mio cinema. Qui il film non si ferma mai per “far cantare la gente” quando arriva il numero musical-coreografico. Tutta colpa di Giuda presenta una summa di molte influenze e suggestioni che convivono: il rock dei Marlene Kuntz con le ballate di Cecco Signa, la fisarmonica romantica di Fabio Barovero con il beat di Gianni Maroccolo, il rumorismo di Paolo Ciarchi con l’orchestra sinfonica di Forti e De Luca.
Pietro Buffa. IL DIRETTORE VERO Un carcere super affollato quello delle Vallette. Dovrebbe contenere 900 detenuti invece è popolato da 1669 persone, alcune collocate nella palestra senza tavoli su cui mangiare o letti e per loro 700 agenti in servizio, di questi protagonisti nel film sono stati un sovraintendente, un ispettore capo e un assistente capo. Entusiasti della loro partecipazione, hanno avuto l’opportunità di creare un ottimo rapporto con i loro carcerati. Non ci sono stati problemi di nessuna natura, tutti hanno lavorato uniti per 3 ore ogni giorno, assiduamente e con iacere, grazie anche alla disponibilità dei direttori Pietro Buffa e Claudia Clementi. Quale è la più grande difficoltà per un direttore di un carcere? “Riuscire a mantenere gli equilibri. Non creare false aspettative che per ragioni burocratiche potrebbero essere disilluse e poi produrre gravi problemi. Lavorare visceralmente affrontare le singole problematiche, ascoltando l’uomo e a volte ammettendo i propri errori. Essere progressisti e realisti sempre con l’obiettivo di aiutare tutti a migliorarsi senza aspettarsi però dei miracoli. Nella sezione Prometeo si insegna ai sieropositivi a fare mestieri manuali. Ci sono laboratori di teatro, di audiovisivi, tutto per esprimere le proprie potenzialità positive. Attività che hanno molta partecipazione e successo”.
(di Loredana Tursi) |