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di: Liliana Carbone Beneficenza e appoggio alla ricerca scientifica per un solo obiettivo: dare un calcio ad una malattia che colpisce le persone più fragili, come la fibrosi cistica. Matteo Marzotto, l’industriale del settore moda e vicepresidente della Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica (FFC), lo scorso 22 ottobre a Torino ha chiamato a raccolta le persone comuni e i grandi imprenditori italiani per una causa importante: raccogliere le forze di ciascuno per regalare nuove speranze a chi ha più bisogno e combatte ogni giorno con forza la sua malattia. La beneficenza è una delle principali passioni della sua vita. Perché ha sposato la causa del voler aiutare gli altri? “La beneficenza è una risorsa che ognuno di noi dovrebbe valutare. Poter essere vicini ai problemi di chi ha più bisogno di noi, come ad esempio la salute, arricchisce talmente tanto e io stesso suggerisco a tutti di farlo. Perché riempie la vita, fa crescere, migliora l’angolazione con cui si guarda la propria vita e i propri problemi”. Lo scorso 22 ottobre a Torino, non solo è sceso in piazza per l’iniziativa “I ciclamini della ricerca contro la fibrosi cistica”, ma è stato anche “chef per una sera” alla Piazza dei Mestieri, una serata organizzata per sostenere la ricerca sulla fibrosi cistica e gli studi degli adolescenti in situazioni di disagio che frequentano i corsi di formazione professionale della Piazza. Come è andata? “Io e i miei amici imprenditori, finanzieri, professionisti ed ex campioni olimpici abbiamo voluto con il cuore trasformarci in “chef per una sera” in una grande città italiana come Torino. Che ha una storia di un certo tipo ed è anche un luogo dove ho tanti amici e dove vivono persone che hanno aiutato la Fondazione in questi anni. Mi ha fatto piacere essere a Torino e sono certo che le persone che erano accanto a me quella sera mi staranno vicino nel futuro per far crescere ancora la Fondazione”. Cosa ha voluto dimostrare questa iniziativa? “Come le idee camminano sulle gambe delle persone. Realizzare un’iniziativa come questa, fare una cena tutti insieme e raccogliere 150-200 persone, ha voluto dire che ognuno di loro è tornato a casa con un pensiero dedicato alla fondazione e, magari, con l’idea che ci sarà vicino nel futuro”. Quali sono i progetti futuri della Fondazione? “Le iniziative nazionali di fund raising messe in campo sono finalizzate al compimento di due dei 26 nuovi progetti promossi dall’Onlus. Il primo progetto è l’FFC #12/2011 e s’inserisce nei programmi di ricerca rivolti a trovare strategie antibatteriche innovative per l’infezione polmonare. Il secondo progetto, FFC #26/2011, s’inserisce invece nei programmi di ricerca destinati a trovare la cura del difetto di base che causa la malattia: propone di utilizzare i monociti (un tipo di globuli bianchi del sangue) per testare se la proteina difettosa riprende a funzionare in seguito al trattamento dei pazienti con i nuovi farmaci in sperimentazione. Una modalità di approccio meno invasiva per il paziente e di più facile applicazione”. Cosa ha preparato di buono ai suoi amici in piazza dei Mestieri? “Mi sono cimentato ai fornelli con un risotto buonissimo. Non ho dovuto prepararmi più di tanto perché lo so fare da sempre abbastanza facilmente. Di certo ho aggiunto un pizzico di fantasia in più”. Sta arrivando Natale, cosa preparerà per la sua famiglia e gli amici? “Prevalentemente cucino per me, non ho molto tempo e non posso dire che cucinare sia la mia passione principale, ma sono in grado di fare una spesa dignitosa. Per esempio sono in grado di fare il pollo arrosto piuttosto bene, preparo molto bene le patate al forno e anche il purè. So anche come si cucina la carne nel modo giusto e posso fare delle uova con il tartufo… Il segreto? Avere uova e tartufo buonissimi!”. Qual è il piatto piemontese che mangerebbe se si trovasse a Torino? “Sono una buona forchetta e credo che se mi trovassi a Torino o in un luogo piemontese non rinuncerei ad una gustosa bagna cauda. L’accompagnerei con i grandi Baroli del mio amico Oscar Farinetti, o con Dolcetti Doc. In Piemonte mi piace bere il rosso!”. Quali sono i riti natalizi? “Osservo il giorno di magro, mangio le lenticchie anche se sono più indicate a Capodanno e sto in compagnia dei miei famigliari, anche se è difficile metterci tutti insieme soprattutto durante certe ricorrenze. E siccome sono l’unico che non ha famiglia, capita che la sera del 24 dicembre la trascorro con un famigliare e il 25 dicembre con l’altro… questi sono due giorni di viaggi continui”. Che rapporto ha con la tavola? “Quando resto a casa cerco sempre di mangiare bene organizzando cene con i miei amici”. Qual è stato il regalo di Natale più bello ricevuto da bambino? “Grazie a Dio ne ho ricevuti tanti, ma un regalo che mi ha emozionato è stata una funivia in legno”. Come vede Torino oggi, in questa situazione di difficoltà economica? E come crede stia affronterà la crisi? “Torino è una città che ha un grande passato e si sa che da un grande passato si può costruire un grande futuro. Questa città si è via via emancipata da certi luoghi comuni, oggi si sta internazionalizzando, ha una discrezione intrinseca che la contraddistingue dalle altre grandi città ed è ricca di attività e di operosità che la rendono viva anche in una situazione di difficoltà. E poi Torino è una città multiculturale da sempre”. Che ne pensa della crisi economica italiana? “Non sono sicuro che si tratti di una crisi dell’Italia o una crisi dell’Europa, mi sembra piuttosto una crisi del Welfare, di un certo modo di vivere che si è venuto a creare successivamente al ’68 e ai primi anni Settanta, dove mi pare che la classe politica di almeno due generazioni precedenti non abbia capito che il vero tema per il futuro è formare persone che hanno voglia di capire e di studiare, di conoscere il mondo e cosa fanno gli altri paesi. Che abbiano la capacità di affrontare i grandi temi del futuro più come una missione per il bene delle generazioni successive e non per gestire il potere in modo fine a se stesso”. Qual è l’augurio più grande che intende rivolgere ai malati e ai bambini della sua Fondazione? “Che abbiano sempre la forza di mantenere alta la guardia e di continuare a curarsi con grande determinazione, proprio come farebbe uno sportivo quando prepara la sua gara. Perché la ricerca sta andando avanti a passi rapidi, perché ci sono continuamente nuove speranze che cerchiamo di alimentare ogni giorno e perché ci sono tante persone che stanno lavorando per loro”. A tutti noi cosa augura invece? “Di continuare a combattere uniti, perché un giorno si arriverà a sconfiggere questa maledetta malattia”.
L’impegno della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica La FFC promuove, seleziona e finanzia progetti avanzati di ricerca clinica e di base per migliorare la durata e la qualità di vita dei malati e sconfiggere definitivamente quella che è una grave e diffusa malattia genetica, che solo nel nostro Paese conta oltre 7mila malati accertati (circa 100mila nel mondo) e quasi due milioni e mezzo di portatori sani in grado di trasmettere il gene mutato ai propri figli. Nel nostro Paese vengono diagnosticati circa 200 casi nuovi l’anno, maschi e femmine indifferentemente. I sintomi della malattia sono soprattutto a carico di polmoni, pancreas e fegato, che subiscono un danno progressivo che ne compromette il funzionamento. Per rallentare questa evoluzione il malato deve sottoporsi a lunghe terapie quotidiane. La FFC, costituita a Verona nel gennaio 1997 e unica realtà italiana che ha dimostrato di sostenere un’accurata ricerca scientifica condotta in modo sistematico, ha finanziato complessivamente 192 progetti di ricerca che hanno coinvolto oltre 400 ricercatori italiani e 164 laboratori e centri di ricerca, spesso aggregati tra loro attraverso una logica di proficua collaborazione.
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