Non esiste bambina che non abbia passato ore sul tappeto della sala a vestire, svestire, cambiare il look delle proprie bambole. Non esiste ragazzina che non abbia neanche provato a buttare giù uno schizzo del vestito dei sogni, per un ballo, per il matrimonio o per un travestimento in maschera. Poi c’è chi quella passione l’ha fatta diventare una vera e propria professione.
Alessandra nasce in una famiglia che lavora nel campo dell’architettura e scultura e ha cercato un’alternativa più creativa allo studio di linee e forme. Ha cominciato lo IED di Torino per un corso di design di interni, che ha lasciato per passare al corso di moda promosso dallo stesso istituto. Per lei sono arrivati subito grandi successi: stage e collaborazioni con professori; una borsa di studio per gli Stati Uniti al secondo anno e la possibilità di frequentare l’ultimo anno a Milano, dove di moda si vive davvero.
Uscita con il massimo dei voti, è entrata per uno stage da Gianfranco Ferrè, da cui si è fermata due anni e mezzo come assistente all’Ufficio Stile Donna: “l’ambiente era competitivo e difficile, ricorda, ma è stata una grandissima scuola che mi ha davvero insegnato tanto”.
Tramite le sedi estere dello IED, Alessandra parte per il Brasile dove rimane sei mesi come insegnante e consulente per alcune aziende di moda del centro del Paese che hanno voluto partecipare al Rio Fashion Business presentando i propri prodotti sotto un unico progetto coordinato e definito.
Ma è tornando a Torino che le soddisfazioni sono diventate importanti. Con Batrax, azienda leader del settore che ha lanciato in Italia quattro marchi di successo, Alessandra è diventata responsabile della progettazione della linea uomo- donna- bambino, coordinando il gruppo di lavoro di grafici, modellisti, tecnici e disegnatori. Il desiderio di lavorare per la collezione donna l’ha spinta più tardi a diventare responsabile Stile da Miroglio, azienda con sede ad Alba che produce e distribuisce le collezioni di 11 marchi di moda femminile nei segmenti Prêt-à-porter e Fast Fashion.
“La crisi del 2009 si è sentita molto anche in questo settore; ma per me si è trasformata in occasione per fare esperienza all’estero. Ho preso contatto con un’azienda di Hong Kong che produceva collezioni per l’Europa e che all’epoca aveva deciso di lanciare un marchio anche in Cina. Ne sono diventata Art Director: abbiamo creato il marchio, il logo, pensato alla comunicazione e distribuzione. È stato emozionante nel giro di pochi mesi vedere nascere la prima collezione Cici donna, distribuita in negozi monomarca in diverse regioni del Paese”.
É stato difficile lavorare con i cinesi? “Loro sono molto bravi nella produzione di grandi quantità; ma sono molto poco autonomi della gestione dell’intero progetto. Non hanno strategia e sono molto confusi anche sui prodotti finali. Inizialmente volevano creare una collezione all’occidentale da vendere in Cina; ma non è una soluzione possibile per via delle tante differenze che ci sono tra noi e loro, di misure, di materiali e di tendenza e banalmente climatiche. Quindi le collezioni sono state riviste man mano: è stato molto faticoso”.
Quanti pezzi crei per una collezione? “Per i cinesi tantissimi, circa 400 pezzi a collezione; in Italia solitamente 200 pezzi circa tra tutto”.
La Cina però continua a crescere mentre tutti gli altri Paesi rimangono schiacciati e fermi e così, nonostante tutto, una giovane donna capace e con gusto è lì che torna.
Dallo scorso autunno Alessandra collabora con un’azienda di Shanghai che produce per gli Stati Uniti. “Il mercato è cambiato. Se una volta le aziende di abbigliamento e le multinazionali si delocalizzavano nei Paesi dell’Asia o dell’est la sola produzione, oggi cercano di realizzare fuori tutto il processo dall’ideazione al confezionamento; quindi le stesse ditte cinesi ora cercano professionisti per disegnare le collezioni da vendere per intero a Stati Uniti e Europa. Oggi mi occupo di questo: disegno la collezione donna per grossi marchi americani”.
Prospettive in Italia? “In Italia stiamo perdendo tutta l’esperienza, la competenza e la qualità unica che il nostro Paese aveva acquisito nel campo della moda. Mi piacerebbe molto aprire un’attività mia qui, ma non ci sono opportunità, non ci sono soldi e si stanno perdendo man mano anche le competenze e la manodopera”.
Alessandra, ma fashion designer si nasce o si diventa? Come fai a nasare le tendenze in anticipo sugli altri? “È necessaria molta sensibilità ai mercati e ai luoghi. Bisogna mettersi nella testa del target di riferimento ed essere bravi a cogliere e osservare fenomeni sociologici da leggere e interpretare cercando di dar loro una forma. Era inevitabile, per esempio, che l’attentato alle Torri gemelle avrebbe influenzato la moda delle stagioni successive; così come lo fanno i film e le icone dello spettacolo. Un po’ si nasce, un po’ quella sensibilità si allena”.
Com’è anbiato il tuo look nel tempo? “Al liceo non rientravo assolutamente nella categoria delle fashion victim. Ma questo mestiere ti cambia la vita, sviluppi un occhio diverso. Ora mi sento molto ricettiva e attenta ai dettagli”.
Cosa non manca mai nella tua valigia? “Un paio di leggings. Si possono utilizzare sempre e sono comodi anche per i viaggi lunghi. Perchè prendere un aereo in tuta? Mai!”.
La prima cosa che fai la mattina e l’ultima prima di andare a dormire? “La mattina guardo subito la posta elettronica, a quell’ora la Cina è già super attiva! La sera? Mi metto una crema per il contorno occhi, fa parte del mio volermi bene”.
L’errore stilistico perggiore? “Tanti. Mi sconvolgo sempre della diffusione e divulgazione del cattivo gusto. I programmi televisivi, oltre ai messaggi di sfiducia terrificanti che trasmettono, presentano solo gente vestita malissimo e molto volgare. Il look è molto legato alla persona, ma il calzino bianco e il borsello da uomo non si possono vedere!”.
Un vestito per Torino, quale? “Torino è una città elegante, le ci vedo un abito da cocktail. É raffinata e molto legata alla cultura. È la città che amo, anche la gente è aperta e dinamica. Ho qui la mia casa e nonostante non sia la città della moda per eccellenza aprirei qualcosa di mio proprio qui”.
Un consiglio per non passare inosservati? “Attenzione agli accessori. I cappelli e i guanti non sono accessori solo invernali, basta saperci giocare con gusto”.
La tua parola cinese preferita? “美眉 in Pinin si scrive měi méi ed è la traduzione di pretty girl!”.
Alfonsa Sabatino
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